LA VOCE IMPAZIENTE. VIAGGIO NELLA POESIA (46, 47, 48) di Grazia Valente

46. La voce degli offesi

                                   Il poeta non sa

                                   recare offesa .

                                   Lui stesso è la voce

                                   degli offesi.

Marina Cvetaeva ha scritto, riferendosi alle proprie poesie: “E’ cenere, questa, di tesori, di perdite, di offese”. Alcuni poeti danno voce a coloro che non sanno, non possono o non vogliono parlare, agli offesi dalla società , ma parlano anche per loro stessi, facendosi interpreti delle proprie offese, della propria indignazione. Il poeta è antitetico al potere, perché è l’offeso dal potere.

Il filosofo Norberto Bobbio, in un suo saggio dal titolo “Elogio della mitezza”, analizza questo aspetto della natura umana che ci sembra possa ben adattarsi alla figura del poeta.

Che cos’è la mitezza?

Per Bobbio “è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti [… ] .Il mite non ha grande opinione di sé, non già perché si disistima, ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell’uomo, ed egli è un uomo come tutti gli altri […].Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di sconflggere e alla fine di vincere. E’ completamente al di fuori dello spirito della gara […]  Nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto.”

Ovviamente, il saggio di Bobbio approfondisce molti altri aspetti della mitezza, che non va confusa con la remissività,  l’umiltà, o la modestia.

A noi pare che il carattere del mite, così come è configurato da Bobbio, abbia molte affinità con il ritratto del poeta abbozzato precedentemente. Al poeta riconosciamo assenza di aggressività (non ferisce per primo), perché si colloca al di là (che non significa al di sopra) delle cruente battaglie della vita. Egli risponde alle offese con la poesia. La parola è la sua arma. E sappiamo come possano essere pesanti le parole. Per questa ragione, egli le pronuncerà sempre a malincuore, soffrendo di doverlo fare e soltanto se vi è costretto. Ma il diritto di difesa è un diritto che va riconosciuto a tutti, quindi anche al poeta. Si può anche, naturalmente, decidere di tacere (e il poeta spesso si costringe al silenzio). Ma le offese sedimentano in noi, scavano e corrodono. Prima o poi, il silenzio verrà rotto, e quel grido, per troppo tempo trattenuto, sarà ancora più potente (autocitazione: “Quanto più lunga / ti sarà la notte / tanto più alta / si alzerà dal fondo / l’eco del tuo canto”).

47. I cantori della cattiva coscienza

Del resto, i poeti non sono forse i cantori della cattiva coscienza del mondo?

                                   I versi leggeri dei poeti

                                   sono la trave

nell’occhio del mondo.

L’evidente richiamo al Vangelo, con la parabola della pagliuzza e della trave, va inteso nel senso che il poeta, con i suoi versi “apparentemente” leggeri,  è in realtà un elemento di disturbo per la società, dal momento che ne evidenzia la cattiva coscienza. 

Il presupposto per questa collocazione del poeta è dato dal fatto che egli è libero da vincoli di convenienza, non stringe patti con questa società, non ne diviene partecipe o complice per adesione acritica o per convenienza (ricordate? egli è “senza insegne”). Conquistandosi così i titoli per additare, denunciare, un tempo si diceva “fustigare” ma il verbo, non a caso, è caduto in disuso. Qui, tutto sembra svolgersi come in un gioco di specchi: il poeta, in quanto trave, passa inosservato perché la società è più orientata a notare la pagliuzza altrui. 

E che la voce dei poeti sia scomoda è un fatto confermato dal silenzio dei poeti che vivono nei loro paesi in condizioni di non libertà.

48. Il silenzio dei poeti

Si sente a volte un canto

                                   che più d’ogni altro

                                   sovrasta ogni altra voce.

                                   E’ il pianto dei poeti senza voce.

Ma il silenzio del poeta è il silenzio dell’intera umanità: La voce del poeta non può che essere la voce dell’uomo libero, in senso etico e in senso fisico. E quando questa voce confligge con il Potere, come nel caso (un esempio per tutti)  di Ken Saro-Wiwa, poeta, scrittore e  leader rivoluzionario di Lagos, impiccato con i compagni il 10 novembre 1995,  considerato “disturbo mediatico” per i suoi scritti di denuncia nei confronti di una grande Compagnia petrolifera che stava distruggendo il suo Paese, allora va eliminato. Le parole sono pericolose e spesso fanno più paura dello scontro fisico.

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