INQUINELLO di Pietro Paolo Capriolo
- Un amico in cattedra
Nello, per la mamma e tutto il caseggiato. Sulla targhetta del citofono, il cognome di lei: Ink, per via del nonno d’origine sudafricana. Sul registro della scuola, in rigoroso ordine alfabetico: Ink Antonello. Data l’assonanza, nei compagni risultò il nome per antonomasia di “Inquinello” giustificato un po’ anche dal suo comportamento. Più che una definizione, un pregiudizio.
Pensiero fisso, anche se profondamente mascherato da quella paffutella faccina da schiaffi: la paura di restare solo. «Ce l’avrò avuta da sempre», pensava. Già da prima di quella mancata gita al parco degli animali, quando al momento di imbarcarsi sul pullman con gli altri bimbi di cinque anni, si misero a cercarlo in tanti e la mamma lo trovò, aprendo la portiera della sua scassatissima Panda arancione. Non la chiudeva nemmeno più: tanto chi vuoi che se la prenda?
Zainetto sulle ginocchia, i gomiti appoggiati sopra a reggere con le mani la testolina bionda. Prima che lei dicesse qualcosa del tipo: ma che ci fai qui? Come ci sei arrivato? Ti stiamo cercando tutti e cose simili, Nello la rimproverò con occhi severissimi:
«Non ci sei riuscita, eh!»
«Ma a far che, tesoro?»
«Ad abbandonarmi, che altro? Come nelle favole, nel bosco».
«Ma no, ma no. Stavo addirittura andando alla Polizia: mi hanno detto di portare una tua fotografia. Adesso ritelefono. Poi anche alla maestra Rosetta e alle altre mamme… No, ci andiamo insieme. Ti porto con me; poi ti lascio dalla zia. Non parti con loro. Tranquillo, come vuoi tu…»
Doveva averci riso su parecchio, quando l’anno dopo, alle elementari dove non sapevano nulla della sua allergia alle gite, la mamma risalì di corsa le scale della scuola a risolvere il mistero ai suoi insegnanti che stavano discutendo:
«Paolo, ma… sono solo diciotto!»
«Nora, no. Erano diciotto in fila per due e uno per mano a me».
«Ma chi manca adesso? Prendi il registro, facciamo l’appello…»
«Maestra, maestro: Nello non viene più. Sta con me. Poi vi spiego!»
Con gli insegnanti c’era riuscito di nuovo, ma la mamma aveva mangiato la foglia e questa volta non s’era impressionata più di tanto. Niente uscita didattica. Niente concertino degli allievi del Conservatorio, ma che importava? Il suo sottofondo musicale sapeva crearselo da solo.
Tutte le mattine, per mesi, superati di corsa i compagni per le scale e lungo i corridoi, precipitandosi nell’aula deserta, andava ad urtare regolarmente contro le porte degli armadietti metallici allineati sulla parete di sinistra. Tre sonori rimbombi diversi, a seconda del contenuto, come avviene nel toccare con un cucchiaino tre bicchieri dalla differente quantità d’acqua all’interno.
Preso così possesso dell’ambiente, mentre i compagni si sistemavano, aveva il tempo di tirare fuori ogni volta qualche schifezza portata da casa: un ragno di gomma da deporre sotto il banco di Chiara, la scatoletta con il finto dito insanguinato, la figurina del cane che fa pipì immortalato dalla parte dell’albero, una cacca di silicone, il barilotto con quella sostanza viscida e tremolante da tenere in mano… Oltre alla sua scorta, saccheggiava anche il cassetto del cugino maggiore, quando andava a dormire dalla zia.
La maestra, appena se ne accorgeva, sequestrava ogni cosa, gettandola con ribrezzo in una scatola di latta che un tempo aveva ospitato deliziosi biscotti danesi, quelli ricchi di burro e spolverati con zucchero granulato che teneva in alto sull’armadio: questa doveva essere la loro prigione e deposito fino al termine dell’anno scolastico. Il maestro Paolo, con filosofia e facendo raffronti con gli scherzi dei suoi tempi, cercava almeno di farsi dire il motivo per cui portasse regolarmente quelle cose a scuola. La risposta, quasi sempre, si limitava ad un laconico «Così!». Dopo un giorno o due di quarantena, gliele restituiva (la signorina Nunchéti Nora no!) a patto che non le riportasse più e, di solito, così avveniva: ne aveva tante di quelle cianfrusaglie e poteva variare…
Ma anche le più fornite riserve prima o poi si esauriscono e allora fu la volta di graziosi disegni di fantasmi azzurrognoli di variegato formato e ritagliati da cartoncino riciclato di confezioni di pasta, biscotti, yogurt. Questi avevano la caratteristica comune di possedere un solo braccio armato di: coltello, pistola, bomba a mano, candelotto di dinamite… L’ispirazione creava la variante dell’arma del delitto, però i suoi killer erano tutti rivolti a sinistra, mai che uno fosse girato dall’altra parte, per cui se ne poteva dedurre che fossero mancini o addirittura giacessero sul fianco destro.
Il titolo e uno spezzone di film, visto in compagnia del cugino e in sua assenza, -andava dicendo la mamma- erano la causa di tale ossessione. Nell’apprendere a leggere e a scrivere, quando si arrivò alla lettera K, i compagni dicevano: «K, come kiwi»; lui invece: «Come killer». Morfologicamente come dargli torto? Nell’apprendimento andava bene. Non una cima, ma non presentava difficoltà: possedeva già un lessico relativamente ricco, faceva domande pertinenti e prometteva di anticipare i tempi.
Non fosse stato tanto discolo, al vedere i suoi quaderni abbelliti in ogni pagina da cornicette e disegni, l’avresti preso per uno scolaretto molto diligente. Questo almeno fino a Pasqua, quando, nell’eseguire da solo i primi conticini, senza il modello della lavagna, le operazioni (pur giuste) cominciarono ad affollarsi nella parte alta a sinistra della pagina, ammassate fino ad incastrarsi fra di loro. La cosa cominciò ad essere preoccupante. Si aveva un bel raccomandargli di essere più ordinato, di saltare tre o quattro quadretti fra un’operazione e l’altra, perché lo spazio sulla pagina c’era, mentre così invece rimaneva mezza vuota… Niente da fare. Il maestro Paolo allora gli fece tracciare dei rettangoli dove collocarci dentro un’operazione alla volta; poi, per snellire la procedura, gli consegnò una sagoma di cartoncino plastificato per velocizzare la tracciatura del “recinto” ogni volta. Ora l’ordine era ristabilito, ma si aveva l’impressione di osservare i numeri attraverso una grata di prigione.
L’insegnante Paolo si domandò che cosa rappresentasse questo strano disordine e da cosa potesse essere causato. Era una sorta di horror vacui tutta sua? Aveva notato anche un’altra sua caratteristica. I disegni spontanei dei bambini piccoli, di solito, si appoggiano sul fondo del foglio, lasciando tanto spazio in alto normalmente a rappresentare il cielo e che però viene colorato solo nella striscia di sopra. Antonello invece cominciava dall’alto e, quando si trattava di un interno, partiva sempre dal lampadario a palla di vetro. Qualche foglio restava bianco nella parte di sotto, quasi fosse di eccesso alle sue esigenze creative. L’insegnante registrò questa sua caratteristica e volle utilizzare la tecnica del bambino per invogliare gli altri a non ambientare i loro disegni sul bordo in basso del foglio. Prese dunque qualche capolavoro di Antonello, con il foglio più riempito del solito (da qualcuno perfino ritagliò via la parte inutilizzata di sotto) e li propose come esempio alla scolaresca, elogiandolo pubblicamente.
Nello gradì molto questo suo riconoscimento, perché andava a compensare la fama di bambino da non prendere a modello che da tempo pesava su di lui. Aveva infatti origliato le raccomandazioni di certe mamme nell’accompagnare i compagni a scuola:
«Comportati bene, non fare come quello…»
- Fine ottobre, nell’ormai classe seconda
Giulia approdò nella sezione di Nello, accompagnata dalla mamma, ma preceduta da rapidissima visita della vicepreside Ciava Tina alla maestra Nunchéti Nora, per confermarne l’inserimento. La maestra le fece: «Accomodati dove vuoi, per ora» e la bambina, dal grembiulino bianco come s’usava nella scuola Vincenzo Monti, adocchiò due posti vuoti. Uno, accanto ad una ragazzina dal grembiule azzurro come avevano tutte le nuove compagne, e uno vicino a Nello che quel giorno non indossava la casacca blu dei maschietti, ma una felpa chiara. Pensò che fosse nuovo anche lui in quella classe e si sedette lì.
Il banco accanto a quello di Nello veniva lasciato strategicamente vuoto da tutti: dalle femmine, per non incappare facilmente nei suoi scherzi e, dagli altri maschi, per non trasgredire la raccomandazione di non comportarsi «come quello». Nelle attività di gruppo veniva “accettato” per imposizione dall’alto, a patto che i gruppi variassero e non pesasse sempre sugli stessi alunni.
Nello non fece una piega e nell’intimo si rallegrò, perché gli risultava facile metterla subito alla prova. Quando la maestra si voltò verso la lavagna, le fece scivolare sul pianale di fòrmica uno dei suoi fantasmi azzurrognoli su cartoncino riciclato ed ottenne per reazione da lei: «Bello!»
La signorina Nunchéti Nora si voltò, ma abituata a quel posto vacante, non fissò lo sguardo su Giulia: stette un attimo in sospeso, poi riprese a scrivere con il gessetto. Dal grembiulino bianco, questa volta sottovoce, giunse la richiesta: «Posso tenerlo?» e, altrettanto sottovoce, accompagnata dal cenno della testa, anche la risposta affermativa.
Come dirle di no? Primo, perché aveva apprezzato il suo killer, ma anche perché, quando la vide entrare, ne era rimasto estasiato: rade lentiggini sul viso, la testolina tonda su esile collo sormontata da una capigliatura corta ed arancione. Per via anche del grembiule bianco, si era detto subito: «La chiamerò Fiammiferino», senza sapere ancora se nel bene o nel male.
Perché questo soprannome? La settimana prima ricorreva il suo compleanno. La torta era già in frigo, ma il cugino s’era preso un febbrone da cavallo. Festeggiò con la sola mamma che aveva chiesto in prestito dalla sorella l’accendino e che però al momento di illuminare le candeline proprio non funzionò. Lei andò dunque a recuperare da un piano in alto una scatola di cerini conservata lì per l’evenienza che il piezoelettrico della cucina a gas facesse cilecca. Erano vecchi e ne dovette strofinare più d’uno, sprigionando uno strano odore luciferino nella stanza. Un sentore nuovo per Nello, adattissimo ad accompagnare le sue fantasie “omicide”. La serata di buon compleanno si concluse con tante spiegazioni di come si accendesse un tempo il fuoco e con il permesso, sul balcone, di strofinarli tutti, uno per volta. Lei esclamò:
«Così di fiammiferi non ce ne sono più e non rischiamo che tu dia fuoco a tutta la casa».
Quella settimana a ridosso della festa di Halloween, fra i due scolaretti era sbocciato come un amore a prima vista. Nella partecipazione libera alle attività, erano sempre insieme, anche alla mensa scolastica. Giulia per lui restò Fiammiferino anche quando comparve avvolta nel grembiule azzurrognolo d’ordinanza alla nuova scuola Giuseppe Giacosa. Per le compagne, che lei se l’intendesse con Nello restò un fatto inesplicabile ma anche indifferente, perché non aveva rubato l’amore a nessuna di loro. Ai compagni quella lì dai capelli rossi non andava granché a genio e gareggiavano fra loro per accaparrarsi le simpatie delle altre bambine, della loro e della sezione parallela. Temendolo, nei giochi in cortile, con Nello vicino, si avvicinavano a Giulia con cautela e rispetto. Sì, proprio era diventato il suo paladino: non solo con i coetanei, come quella volta… Beh, qui necessita proprio fare incursione nella riunione per il giudizio quadrimestrale sugli alunni delle sezioni di classe seconda della scuola Giacosa.
La collega del maestro Paolo, irrimediabilmente destinata a rimanere la signorina Nuncheti Nora, sta esplicando un episodio che lei ha rilevato come atteggiamento di impudenza, sfacciataggine, impertinenza e… via dicendo. In una seconda classe, poi! La causa scatenante è stata la prova di verifica di matematica, solennemente sbagliata dalla totalità degli scolaretti, eccetto che dall’alunno Ink Antonello. Domandandogli, a mo’ di complimento come ci fosse riuscito, si sentì rispondere:
«Mica mi faccio fregare, io!»
«In che senso?»
«È da prima di Natale che tu leggi i problemini, cambiando la voce alle parole più e meno per indicare l’operazione da fare…»
«Ma questa era una verifica. Non ho fatto le vocine; vi ho dato il testo su una striscia di carta da incollare sul foglio. Una fotocopia non parla mica!»
«Ma, come dice Giulia, c’era il ricordo…»
«Spiegati meglio».
«Siccome tu fai la scenetta del più e del meno da tanti giorni, alla domanda quanto costava di più, per non deluderti, tutti loro hanno fatto la più. Io, invece, la meno e ho fatto bene a non accontentarti».
«Quindi sarebbe colpa mia… Ma che sfacciato sei!»
L’annoiata assemblea dei docenti ha come un sussulto; a qualcuno scappa da ridere, altri prendono a criticare fra di loro la professionalità della signorina Nunchéti Nora. Paolo invece interviene:
«Altro che sfacciataggine. Questa è la prova che Nello è un ragazzino sveglio e anche generoso, a modo suo».
«Addirittura… Sempre a difenderlo tu!»
«Non solo l’amica Giulia, ma ha discolpato tutta la classe. Lui aveva capito bene il quesito del problemino e ti ha anche spiegato perché gli altri abbiano sbagliato».
Lasciamo la riunione con il sottofondo del richiamo della vicepreside Ciava Tina a meglio ponderare le prove di verifica in futuro e a farle precedere da una didattica che non induca in tentazione le scolaresche.
- Quel cosino chiamato “dimmer”
La settimana successiva ai colloqui fra genitori ed insegnanti, Nello esibì a scuola una fiammante macchinina Porche blu. Ci aveva già giocato, ma poi l’aveva riposta nella confezione originale: una scatola di cartoncino e cellofan molto vistosa che gli serviva da provvisorio garage per portarla a scuola. Facendola uscire delicatamente, avvertiva intorno gli sguardi di meraviglia dei compagni invidiosi. Era il premio del suo successo nelle verifiche. La signorina Nuncheti Nora, per non ripetere la figuraccia fatta nell’assemblea dei docenti, non ne aveva fatto cenno, al contrario del maestro Paolo che con diplomazia fece risaltare alla mamma la soluzione di Nello, in certo senso geniale e ben motivata. Finalmente un’ottima notizia!
Eh, quanti sacrifici e salti mortali per tirare su, da sola, quel bambino così vivace con cui poteva trascorrere pochi momenti affettivi! Lo andava a prendere al doposcuola che seguiva il tempo-pieno, uscendo dall’ufficio dove lavorava come contabile dell’ospedale. Qualche commissione, la spesa, preparazione della cena, un po’ di televisione e poi a dormire.
Quando il bambino espresse il desiderio di andare da Giulia a vedere come avesse sistemato l’acquario con due nuovi pesciolini, dapprima si stupì che avesse un’amica e si disse: «Meglio, così si calma un po’», poi acconsentì e così quel sabato pomeriggio le due mamme – sola anche quella! – davanti ad una tazza di thè si scambiarono quattro chiacchiere confidenziali, mentre i bambini cercavano una degna sistemazione alla statuina della Sirenetta portata da Nello.
La visita fu ricambiata e Giulia venne a vedere il castello dei fantasmi ampliato con i mattoncini della Lego ricoperti di cartoncino colorato e tanto nastro adesivo per uniformare la facciata. Occupava l’intero tavolo appoggiato nell’angolo. Dietro, sul muro, Nello ci aveva messo la carta stellata del presepio, ma senza la cometa. Quando cominciò a scurire, Giulia volle accendere la luce e si accorse che al posto dell’interruttore c’era una rotellina.
«Come funziona ‘sto coso?»
«Giralo un po’. Fa più o meno luce, dipende da quanto lo giri».
«Da noi non c’è. L’interruttore fa solo clic e non cambia la luce».
«Mamma lo chiama “dimmer”. C’è qui nella mia cameretta e nella sua stanza. Prima che lei vada a dormire, mi dà una controllata e poi va di là. Così, a mezza luce, io non mi sveglio. Anche al mattino – ché lei si alza presto – non mi disturba dall’altra stanza».
«Proprio una bella invenzione».
«Bella, ma una volta mi ha fatto prendere un’emozione…»
«Ma dai! Cosa avrai visto: un fantasma di quelli veri?»
Nello le raccontò di quella sera che la mamma era uscita e la zia era venuta a badare a lui fino all’ora di andare a letto. Già dormiva quando, minacciando un temporale, lei avvertì la sorella che sarebbe andata a casa prima del suo arrivo. La mamma aveva acconsentito sapendolo già addormentato e confermando che sarebbe comunque arrivata di lì a pochi minuti.
Per strada diluviò senza lampi e tuoni, ma venne giù l’ira di Dio dal cielo e le poche centinaia di metri sotto l’acquazzone bastarono a far sì che i due colleghi si inzuppassero. Soffermati nell’androne del palazzo, lei non se la sentì di mandare via così il suo accompagnatore e nemmeno gli propose di riportarlo a casa sua con la scassata Panda, capacissima di non partire, quella! Con circospezione, si sistemarono nella stanza accanto a quella di Nello, dopo aver appeso in bagno i vestiti di lui ad asciugare. Dormirono unicamente, fino alle cinque e mezza, quando la lunga e simultanea vibrazione dei telefonini li svegliò entrambi. Lui si rivestì e, sempre in punta di piedi, lasciò la casa. Erano convinti di non aver insospettito il bambino, senonché…
«Mamma, a volte, russa forte e io per non sentirla metto la testa sotto il cuscino. Stavo sistemandomi, quando ho come sentito l’eco del suo russare. Più piano e più lentamente, ma di là qualcuno russava insieme a lei».
«Che brividi! Allora tu?»
«Mi sono alzato piano piano, ho aperto un po’ la porta e con il “dimmer” ho acceso un briciolino di luce. Con lei non c’era la zia, ma un uomo!»
«Santo cielo! Tuo papà?»
«Non so, quello io non l’ho mai visto».
«Cos’hai fatto poi?»
«Niente. Sono tornato nella mia cameretta a dormire con la testa sotto il cuscino. A mamma non ho detto nulla, perché non sono sicuro di aver proprio visto tutto questo, forse l’ho solo sognato. È da allora però che ho cominciato a disegnare i miei killer. Credo di voler essere io il killer: quello lì vorrei farlo fuori semmai lo ritrovassi di nuovo a dormire, girato sulla destra, vicino a mamma. O magari… mi farebbe piacere se fosse un suo amico bravo».
«Bella questa storia. Se ha un seguito, me la racconti poi, eh? Potrebbe anche finire bene per voi due».
Che la storia abbia poi avuto un risvolto positivo, saperlo potrebbe interessare anche al maestro Paolo che aveva benevolmente sospettato l’horror vacui per quel senso di insicurezza ed inquietudine riscontrato in Nello. Ma non sarebbero fatti suoi. A scuola arrivano tante problematiche che hanno origine nell’ambito domestico e non è dato risolverle con la professione docente e la buona inclinazione a comprendere i crucci degli altri.
Con buona pace del poeta Quasimodo, come va esistenzialmente sentenziando sulla solitudine il cugino di Nello che già frequenta la seconda superiore:
«Ognuno è solo sul suo motorino;
trafitta da un chiodo la gomma
e sei subito a terra!»
E così Nello per un bel po’ restò ancora con quella infantile voglia omicida senza mai confessare alla mamma sospetti e speranze, finché un bel giorno non fu proprio lei a parlargliene. Da lì in poi però è tutta un’altra storia.
