LA LETTERA Z E IL SUO FASCINO ANSIOGENO di Grazia Valente

Non sappiamo se sia la stessa cosa per voi, ma a noi la lettera Z ha sempre causato una certa apprensione, forse per il fatto di trovarsi alla fine dell’alfabeto.  Quando si arriva alla lettera Z, dopo aver attraversato tutte le lettere canoniche, comprese le straniere W, X e Y, questa lettera appare come un sigillo conclusivo. Dopo di lei, non esiste più nulla da dire.  E la fine di qualcosa, qualsiasi cosa, porta sempre con sé un groppo di tristezza per quello che è finito e di ansia per qualcosa che deve ancora arrivare.

Iniziamo da un lontano ricordo, quando venne a trovarci una cara amica con il suo delizioso pargoletto di tre anni. Lo ricordiamo nel costumino da Zorro, un personaggio che ha sempre affascinato i bambini, noi stesse ne abbiamo indossato uno in un lontano Carnevale. Dunque, mentre noi e l’amica chiacchieravamo amabilmente il bambino si era introdotto nella stanza da letto e aveva tracciato con la sua piccola ma insidiosa spada una lettera Z sul fianco del comodino da notte in noce. La scoperta avvenne il giorno successivo, rifacendo il letto. Se non ricordiamo male, non abbiamo più invitato l’amica a casa nostra. 

La lettera Z poi, quando viene raddoppiata, può aprire scenari imprevisti. “E’ stata un’autentica Mazzata!”, esclamiamo quando ci arriva la fattura dell’idraulico. La parola Pizzo, poi, è addirittura degenerata: da delicato merletto a tassa occulta da parte della criminalità. 

Un discorso a parte va fatto per la parola Pazzo e il suo apparente sinonimo: Matto. Se diamo a qualcuno del matto, questa espressione non viene percepita come un insulto ma suona quasi affettuosa. Il matto è un picchiatello innocuo, una persona stravagante, dai comportamenti  poco al di fuori della norma, ma niente di più. Infatti, l’espressione “roba da matti” viene usata abitualmente, quando leggiamo o sentiamo una notizia stravagante.

Qualche tempo fa, salite su di un taxi, il tassista ha esclamato: “Finalmente una persona normale, salgono solo svalvolati!” Dobbiamo quindi aggiornare il nostro obsoleto vocabolario e rinchiudere  i matti in soffitta.  

Diverso è l’impatto quando ad esempio leggiamo che un certo avvenimento è stato l’opera di un Pazzo.  Subito entra in gioco la psicoanalisi, ci troviamo immediatamente nel campo della psichiatria,  dell’elettroshock, della camicia di forza. 

Il Matto fa cose strane, a volte buffe, ma il Pazzo no, il pazzo è lucido, incontrollabile, forse vive in mezzo a noi, sa come camuffarsi, magari ce lo ritroviamo nell’ascensore. Il pazzo ha molte facce, può perfino occupare posti di potere. 

Anche il suono della lettera Z ha la sua importanza. Se è dolce o aspro lo percepiamo in modo molto diverso. Zorro (ancora lui!) ha un suono dolce, rassicurante. Pazzo invece (ancora lui!) ha un suono aspro, in sintonia con il suo significato. 

La lettera Z di Ammazzare e Mozzare ha suoni aspri e significati paurosi, Nozze invece, nonostante il suono aspro, ci fa sentire il sapore dei confetti e il profumo dei fiori d’arancio, mentre Mozzarella ci porta al Sud ed è subito associata alla Pizza, dove l’asprezza del suono della Z viene assorbito dalla croccantezza dell’impasto. Meravigliosa lingua italiana!

Lasciamo al lettore il piacere di cimentarsi con le infinite variazioni di questa consonante e chiudiamo il nostro brevissimo excursus sulla lettera Z con la parola Azzurro nella sua duplice accezione di aggettivo e sostantivo, il cui suono dolce ci accompagna sulle note della bella canzone scritta da Vito Pallavicini, musicata  da Paolo Conte e portata al successo da Adriano Celentano.

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