E POI. E POI? EPONIMI di Pietro Paolo Capriolo
Nel nostro linguaggio comune e dotto ricorriamo spesso a termini che derivano da nomi di persona che hanno avuto un’influenza culturale per le loro imprese e/o scoperte.
In questa torrida estate ci siamo cimentati tutti con i chilowatt del consumo dei ventilatori e condizionatori, ma non abbiamo mai smesso di sentir parlare di America che deve il suo nome al navigatore Amerigo Vespucci.
A partire da questi due esempi, voglio introdurre una breve trattazione sugli eponimi, cioè su quelle parole legate ad un personaggio storico o mitologico, per una scoperta, una moda, un organo anatomico, un morbo, uno stile…
Non c’è campo in cui non compaiano. In gastronomia con derivazione diretta (Gorgonzola, Parmigiano, Viennese) come di più difficile intuizione (maionese, da Mahòn città dell’isola di Minorca, da quando Richelieu chiese al cuoco di preparare una salsa speciale per festeggiarne la conquista; oppure dal nome del duca Mayenne, qualche anno dopo, sempre per celebrare fasti militari).
In campo tecnico, oltre ai già citati chilowatt, abbiamo i volt, i gradi Celsius e Fahrenheit, la scala Mercalli, la chiave a brugola (dal signor Egidio Brugola che per primo in Italia la produsse), il becco Bunsen (per il gas), il contatore Geigher, l’attacco Edison per le lampadine…
Alcuni esempi di derivazione geografica. Il costume da bagno bichini deve il nome all’atollo di Bikini nel Pacifico dove nel 1946 gli USA condussero una serie di test atomici. Lo stilista Louis Réard presentò proprio nel 1946 uno “scandaloso” capo che mostrava l’ombelico. Le ridotte dimensioni facevano immaginare l’effetto esplosivo sulla società. Pare che lo stilista non trovasse modelle disposte ad indossarlo ed abbia perciò fatto ricorso ad una spogliarellista. Per anni fu proibito in diverse spiagge. Come dimenticare l’emersione dalle acque di Ursula Andress nel primo film di 007 in bichini bianco e cintura con pugnale? Al di là delle sfilate di moda, possiamo vedere le cosiddette “ragazze col bichini” nel mosaico del IV secolo d. C. di Piazza Armerina e, comunque, già nel 1953 Brigitte Bardot prima della Andress lo sfoggiò nel film E Dio creò la donna.
Anche per gli uomini, con effetti meno sconvolgenti, ci sono i pantaloncini bermuda dalle isole inglesi nell’Atlantico lunghi fino al ginocchio e le variopinte camicie hawaiane da portare fuori dei pantaloni. Sempre riferito all’audacia nel vestire, ma con valore negativo, è il detto “vestire alla carlona” dalle abitudini venatorie di Carlo Magno.
Ancora riguardo agli abiti, troviamo il caldo cardigan, maglione aperto sul petto con bottoni o zip, nato originariamente durante la guerra di Crimea dall’idea di James Brudenell, conte di Cardigan. I marinai della Royal Navy indossavano funzionali cappotti con chiusura ad alamari, tasche frontali, ampio cappuccio e mantellina. Per la sua praticità lo indossava anche il generale di corpo d’armata Montgomery e da lui prese nome questo capo che però in Inghilterra è più noto come Duffle coat, dalla cittadina belga Duffel celebre per la produzione del pesante panno.
Gli onnipresenti blu jeans devono la loro denominazione alla storpiatura di Gênes, nome francese di Genova, dove da secoli i marinai indossavano robusti pantaloni tinti di blu con l’indaco. I mercanti inglesi chiamarono il tessuto blue de Gênes, che poi divenne Jene ed infine jeans. I tessitori francesi di Nîme imitarono il prodotto genovese, ma con trama diagonale (= saia) e da saia de Nîmes si ebbe Denim che è il tessuto. Il sarto Jacob Devis rimediò al difetto del tessuto che facilmente si lacerava in lavori pesanti applicando dei rivetti di rame agli angoli delle cuciture delle tasche. Non avendo però i soldi per brevettare l’idea, si alleò con il suo fornitore di stoffe Levi Strauss e così dal 1873 il jeans moderno comparve in tutto il mondo.
Con l’aggettivo machiavellico intendiamo il modo di agire astuto, privo di scrupoli e finalizzato al solo raggiungimento degli obiettivi. In questa parola, per tanti, si concentra tutto quello che si ricorda del segretario della Repubblica Fiorentina dopo la lettura a scuola di alcune pagine del suo trattato Il Principe.
Dal nome di un altro politico e scrittore del mondo antico deriva l’espressione “fare da cicerone”, cioè da guida d’una città o di un museo. Il nome del massimo esponente dell’oratoria forense è divenuto per antonomasia anche il nome generico di chi accompagna il pubblico e, da proprio, è diventato nome comune ad indicare una professione.
Contemporaneo di Cicerone abbiamo Mecenate, personaggio ricco e protettore degli artisti (del calibro di Virgilio ed Orazio), amico e consigliere di Augusto. Oggi il mecenate è più conosciuto con il termine inglese di sponsor e può intendersi oltre che persona fisica anche giuridica, come un’istituzione, una banca, un’impresa.
Lo strumento di decapitazione più famoso, la ghigliottina, il cui cruento uso in Francia all’epoca della Rivoluzione ha fatto innumerevoli vittime, è nato da un’idea tutto sommato benevola, per sostituire la spada o la scure sul ceppo. Il medico Joseph Ignace Guillotin la ideò per rendere rapide (e presumibilmente indolori) le esecuzioni capitali. Con il tempo, miniaturizzata, è perfino comparsa fra gli utensili di accaniti fumatori di sigari.
Ad attentare alla vita ed al collo di malcapitati c’è un’altra parola di cattiva fama: linciaggio. L’origine del nome è interessante ed è legato al giudice Charles Lynch che durante la Guerra d’Indipendenza americana creò un tribunale per giudicare in maniera sommaria e spiccia chi era ritenuto leale alla corona britannica. Erano previste varie pene e la privazione della vita solo in caso di ostinata fedeltà al re “tiranno” Giorgio III. Con il tempo, l’impiccagione o il rogo della casa vennero esercitati con violenza sbrigativa nei confronti di banditi ed efferati delinquenti direttamente dalla folla inferocita. Si ebbero esempi di linciaggi per motivi razziali ed ora si parla di linciaggio mediatico, morale e politico nei confronti di avversari.
Lascio la libertà di ricercare l’origine di altri termini quali: sadico, masochistico, parkinsonismo, fare il dongiovanni, pastorizzare…
Mi soffermo invece su lapalissiano, nel significato della massima ovvietà, perfino ridicola. Jacques de La Palice è stato un valoroso comandante militare francese, ma più che alle sue imprese la fama è legata ad errori di pronuncia e scrittura. Morì da valoroso nella Battaglia di Pavia (1525) combattendo contro l’impero asburgico di Carlo V. I suoi soldati per celebrarne l’invidiabile ardimento, cantavano «… se non fosse morto, farebbe ancora invidia». Senonché farebbe (ferait) si corruppe in sarebbe (serait), trascinando comicamente l’ invidia (envie) in en vie (= in vita), cosicché ora abbiamo la canzoncina «Il signor di Lapalìs è morto; è morto davanti Pavia. Se non fosse morto, sarebbe ancora in vita». Al di là della comicità, la Battaglia di Pavia segnò, addirittura con la cattura del re Francesco I, la fine dell’egemonia francese su Milano ed altresì decretò l’arretratezza della cavalleria pesante decimata dalla potenza di fuoco degli archibugieri imperiali.
Una trentina d’anni dopo (1557) i francesi di Enrico II ci riprovano ed in guerra con gli spagnoli assediano la sabauda Cuneo. Dopo intenso cannoneggiamento (le munizioni di allora non esplodevano, ma avevano solo effetto meccanico dirompente) impongono una resa umiliante. Il comandante francese Carlo I di Cossé, conte di Brissac, addirittura con falsa cavalleria invitò le donne nubili ad uscire dalle mura per evitare le successive violenze degli assedianti. La strenua resistenza dei cuneesi permise ad Emanuele Filiberto di giungere in soccorso e cacciare i francesi. Egli conferì a Cuneo il titolo di città con tanto di motto dei Savoia FERT da inserire nello stemma.Nel dialetto piemontese fare il bërsàc significa comportarsi da prepotente e gradasso. L’introduzione di questo eponimo nella lingua nazionale non è facile. Già, perché non si tratta del simpatico “balengo”; ci vorrebbe un Camilleri locale. Ho fatto quel che potevo
