A CHE COSA SERVE LA POESIA (2/4) di Grazia Valente

Per quanto riguarda la domanda “a che serve la poesia” rivolta a chi la legge,  pensiamo che essa serva  nella misura in cui ci sia qualcuno pronto ad accoglierla.

Illuminante a questo proposito ci pare un articolo apparso  su Repubblica di una decina di anni  fa del filosofo Umberto Galimberti, qui nella veste di studioso di psicologia,  nel quale  si sostenevano concetti interessanti a proposito della scuola e del suo rapporto con le emozioni. Non sembri fuori tema il rapporto scuola/poesia. Ciò che avviene, o non avviene, già sui banchi di scuola, si riverbera inevitabilmente nella società. E comunque “pronto” vuole anche dire “preparato”. E chi, se non la scuola, dovrebbe avere questo compito?

Ma ecco uno stralcio dell’articolo di Galimberti.

“Siccome la quantità è misurabile col calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: reattività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche, perché, libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione più sono disanimate, meno coinvolgono l’anima, all’insegna di quel risparmio emotivo che rende l’incasellamento delle informazioni molto più agevole. 

L’autore continua ancora:

«Espulsa dalla scuola l’educazione emotiva, l’emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non riesce a esprimersi, e tentazioni d’abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell’alcol e della droga sono esempi neppure quelli estremi, se è vero che in Italia ogni giorno due giovani si tolgono la vita mentre altri dieci tentano di farlo. Se c’è da dar ragione ad Aristotele che distingue tra cause prime e cause seconde, verrebbe da chiedersi se prima di quelle “cause seconde” che si chiamano sesso, alcol e droga non ci sia come “causa prima” del disagio giovanile quel vuoto emotivo ed esistenziale che la scuola crea intorno agli studenti ».

Se quanto dice Galimberti è vero, ci troviamo nella paradossale situazione in cui l’altissimo bisogno di poesia che traspare dalla descrizione del deserto emozionale del mondo giovanile prospettato da Galimberti si scontra con l’incapacità direi quasi fisiologica a ricevere la poesia come linguaggio delle emozioni per eccellenza. Qualcuno sta morendo di sete ma non sa come aprire il rubinetto!

E domandarsi a che cosa serve la poesia è già, a nostro parere, un modo errato di porsi nei confronti della poesia stessa e dell’arte in genere. 

Se il concetto di servire presuppone una funzione di utilità, l’interrogativo appare fuorviante dal momento che la poesia, più che servire, dovrebbe svolgere una funzione di cambiamento (serve in quanto muta qualcosa di preesistente, naturalmente migliorandola). Se è questo il sottinteso di fondo, mancano purtroppo i rilievi scientifici che possano testare il prima e il dopo l’assunzione della pillola-poesia. Se non ci fosse più quest’arte, le cose andrebbero meglio, peggio, o resterebbero uguali? Il mondo sarebbe migliore, peggiore, oppure lo stesso di sempre? Gli individui sarebbero più felici, più infelici, oppure nulla cambierebbe nella loro esistenza?  Crediamo che nessuno sia in grado di rispondere a questa domanda. 

Pensiamo che la poesia, a volte, possa sostituire un’azione forte. Che, in un certo senso, scrivendo evitiamo di agire (sottinteso: agire negativamente). Si ritorna così a quanto detto all’inizio: scrivere versi è un modo di canalizzare un surplus di energia. Peccato non poter quantificare questo risparmio energetico! 

*

Ma riprendiamo il tema “a che cosa serve la poesia” a chi la legge.

Nella sua autobiografia Confesso che ho vissuto, il poeta Neruda racconta di essere stato avvicinato, nel corso della presentazione di un suo libro, da un giovane, il quale lo ringraziò perché, in un momento difficile e doloroso della sua vita, la lettura delle poesie di Neruda lo aveva aiutato. Il poeta chiese allora al giovane quali delle sue poesie avessero compiuto questo miracolo, pensando che egli si riferisse ai suoi versi più gioiosi, ma rimase meravigliato quando il suo lettore gli disse che le poesie che maggiormente lo avevano aiutato erano quelle più tristi e disperate.

Forse possiamo concludere che la poesia serve a volte a chi la legge a far comprendere come non siamo soli, con i nostri dolori e le nostre inquietudini; e se la poesia non sempre sa offrire risposte, almeno ci stringe la mano per farci coraggio.

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