A PROPOSITO DI DUE PAROLE di Pietro Paolo Capriolo

A proposito di due parole

REMIGRAZIONE

Per ora, i comuni dizionari non riportano questa parola. Letteralmente significa emigrazione di ritorno o ritorno dopo l’emigrazione.

Con questa accezione, quanti italiani negli anni passati hanno fatto questo passo, spesso con gioia nel ritornare in patria, dopo aver trovato fortuna in un paese straniero! Non soltanto il mitico zio d’America, ma tanti bravi compatrioti (da soli o con la famiglia al seguito) hanno varcato le frontiere in cerca di lavoro e poi sono tornati vinti dalla nostalgia e dall’attaccamento ai parenti. Gruzzoletti di risparmi e privazioni all’estero si sono riconvertiti in case di proprietà, studi garantiti alla prole, benessere e tenor di vita migliori.

Qualche volta il ritorno è stato dovuto anche a crisi economiche dei paesi ospitanti e ritornare alla base, in un circondario affettivo consolidato, è stata una necessità, un ripiego all’avventura fallita.

Oggi però la remigrazione assume un altro significato peggiorativo: ricorda molto l’espulsione forzata che anche molti italiani hanno provato al tempo del dittatore Gheddafi, quando cacciò i discendenti dei coloni dalla Libia.

È vero, può esserci un incentivo in denaro per illudere l’opinione pubblica che sia un gesto volontario, ma l’intento più o meno esplicito è quello di allontanare qualcuno.

Si tratta dei respinti alle frontiere, degli irregolari infiltrati nel territorio di una nazione e mimetizzati con la popolazione “autoctona” ed anche di immigrati regolari e/o regolarizzati, ma non integrati o non abbastanza tali. È un eufemismo per non voler dire deportazione.

A parte questioni di mera e trista economia (ad esempio, lo sfruttamento dei lavoratori agricoli), ce ne sono altre di tipo sociale e demografico. In un paese con forte denatalità e alta longevità piena di acciacchi, la quasi totalità delle badanti è di origine straniera. Chi cambierà altrimenti i pannoloni alle nonnine? Chi sopporterà le ripetitive tiritere o gli ostinati silenzi dei vecchietti affetti da Alzheimer e baderà loro nella progressiva demenza? Robot umanoidi senza diritto di ferie e di stipendio?

Secondo l’Accademia della Crusca, la prima attestazione del termine in questo senso negativo si ha in Italia nel 2017 ad opera di Giuseppe Orrù che ne scrive su La Stampa il 14 gennaio.  Lievita però su precedenti neoplasie di pensiero xenofobe francesi: «Quand nous arriverons, ils partiront!» (Quando saremo al potere noi, quelli se ne dovranno andare!) sbandierate già negli anni ’90.

In un substrato culturale misto di credenze, ancestrali timori, prevenzioni e precauzioni, si diffonde come micelio contaminato da spore diverse un sentimento di timore e diffidenza nei confronti di chi è il diverso sotto tutti gli aspetti: comportamentali, religiosi, linguistici, di colore…

Come i funghi hanno periodi di vistosi ed improvvisi affioramenti, così nel popolo della maggioranza silenziosa spuntano sentimenti alimentati da fazioni che hanno un interesse a diffondere insicurezza e paura. Allora si parla di invasione di extracomunitari, di sostituzione etnica, di sistematica mentalità di predazione e violenza nei confronti delle donne, di furto di posti di lavoro…

Per dirla alla maniera del simpatico personaggio di Camilleri, Catarella, quando uno non è «preciso ‘ntifico» al modello identitario, scattano preclusioni, sospetti o tolleranza condizionata da fattori temporali e di convenienza. Si pensi ad es. ai giocatori di colore che militano nelle nazionali europee. La loro presenza è spesso finalizzata ai risultati che essi garantiscono. Multietniche nazionali di calcio hanno annoverato nel terzo millennio diversi giocatori di origine mista che sono diventati colonne portanti nelle partite accanto ai biondissimi atleti bianchi che eravamo abituati a vedere preminenti sul campo decenni prima.  Non sono purtroppo rari, nei nostri stadi, casi di episodi di razzismo e polemiche anche nei confronti di campionesse del calibro di Paola Egonu. 

FEMMINICIDIO

Anche questa è una parola relativamente nuova che circola nel linguaggio italiano, non senza un po’ di confusione.

Come suggerisce la parte finale del termine, a voler essere pedanti, si tratta di omicidio, ma non strettamente dovuto al solo genere della vittima. 

L’omicidio è la soppressione volontaria di un essere umano da parte di un suo simile. Come purtroppo è già successo, se un cane Pitbull azzanna a morte un bambino, non commette reato e la colpa va attribuita a chi ne ha responsabilità di custodia. A volte noi estendiamo agli animali nostre specifiche prerogative ed addirittura con il nome di Orca Assassina è stato classificato un mammifero marino che in branco riesce  a sopraffare anche la balena, specialmente se si tratta di cuccioli. L’appellativo le deriva da una cattiva traduzione di Killer Whale (l’ammazza balene) che i balenieri attribuirono ad un loro concorrente nella caccia.

L’omicidio di una donna diventa femminicidio quando la vittima viene uccisa con disprezzo del suo genere, perché nell’omicida sussistono “ragioni” culturali che includono il possesso di un essere razionale, così come ancestrali presunzioni di disuguaglianza e discriminazione sessuale.

Il biblico «maschio e femmina li creò» (Genesi, 1,27) per indicare la parità di dignità, pur dopo millenni di cultura patriarcale, s’è però conservato [per secoli anche solo perché parola del libro sacro!], ma non è ancora entrato nella mentalità di tutti. I motivi tipici, ben lo sappiamo, vanno ricercati nel rifiuto ostinato di una separazione sentimentale, nella gelosia possessiva con il controllo materiale e psicologico della donna, spesso già coinvolta in episodi di sistematica violenza domestica.

Con i nuovi stili affettivo comportamentali, questo genere di reato potrebbe essere imputabile anche ad una donna che eserciti coercizione su una convivente, ma per consuetudine dialogica chiamarlo ancora femminicidio risulterebbe più difficile e credo che si opterebbe per l’usato termine di omicidio.

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