LA VOCE IMPAZIENTE. VIAGGIO NELLA POESIA (56, 57) di Grazia Valente

56.  La prevalenza del suono

Un altro aspetto legato allo stile, alla forma del fare poetico, è quello che si riferisce al suono, alla musicalità.

E’ peccato mortale inebriarsi

                                   al suono di una parola

                                   senza ascoltare

                                   quello che lei vuole dirci.

Quello di riferirsi alla poesia soltanto, o prevalentemente, come suono è, a nostro giudizio, un modo perverso, se non addirittura offensivo, di considerarla.  Essa verrebbe equiparata a una sostanza oppiacea, che mira a stordire il lettore – ma qui bisognerebbe parlare piuttosto di ascoltatore – poiché si rivolge esclusivamente alle sue orecchie, anziché coinvolgerlo con tutti i sensi, come la poesia dovrebbe fare.

In questo modo, la poesia viene meno a quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria, ossia la capacità di accendere un dialogo emozionale tra poeta e lettore-ascoltatore.

Che cosa trasmette invece la poesia-oppiaceo?

Sensazioni epidermiche, prodotte con artifici linguistici, artefatte nel loro assemblaggio. Ma perché allora non ci si affida, per queste performances, direttamente alla musica?  L’onestà lo imporrebbe.

La musicalità, lo sappiamo bene, è componente non secondaria del comporre poetico, ma se essa prevale sul significato (ammesso che questo esista) fino ad annullarlo, è perché il poeta per primo non ha fiducia nella potenza della propria parola poetica. O forse, egli parla alle orecchie non essendo capace di parlare al cuore.

“Come posso io, poeta, e cioè creatura dell’essenza, farmi lusingare dalla forma? Mi lascerò lusingare dall’essenza, e la forma verrà da sola. E viene.” (Cvetaeva).

Prima di concludere questo argomento, vorremmo fare una precisazione.

57. Oscurità naturale e oscurità artificiale

Esistono poeti (e il primo nome che ci viene alla mente è quello di Alda Merini) i quali possiedono, nel loro dirompente lirismo, una potenza evocativa della parola talmente assoluta da travalicare quanto affermato precedentemente. Essi potranno apparire in alcuni momenti oscuri, torbidi, inafferrabili nel loro linguaggio poetico. Ma quei loro versi possiedono un tipo di oscurità particolare, che definiremmo oscurità naturale, simile a quella che risiede all’interno di una grotta. Tale oscurità non è mai totale: a tratti filtrano sprazzi di luce che lasciano intravedere il mondo del poeta, il suo paesaggio interiore. E il nostro sguardo si abitua gradualmente, sia pure con fatica,  a questo buio, carico di mistero.  Del resto, conoscendo la biografia della Merini, possiamo comprendere l’assenza di lucidità che spesso caratterizza il suo comporre poetico. 

Ma esiste un altro tipo di oscurità, provocato ad arte, che definiremmo oscurità artificiale, creata con l’intento di nascondere per non far conoscere o, come si diceva prima, per mascherare un concetto che altrimenti risulterebbe banale se non addirittura incongruente. O, peggio ancora, per moda letteraria.

Nell’oscurità artificiale il buio è totale, dal momento che il significato della poesia, ammesso che esista, è stato sotterrato sotto cumuli di parole e soltanto l’autore è in grado di dissotterrarlo.

Non ci troviamo quindi, come nel caso della oscurità naturale, all’interno di una grotta, ma in un cunicolo sotterraneo appositamente scavato dall’autore. E i tesori nascosti sono rari, come sappiamo bene.

Potrebbero interessarti anche...