EDUCAZIONE TRA BOSCHI E PRECIPIZI di Letizia Gariglio

Perché un simile trattamento nei confronti della famiglia che vive(VA) nei boschi?

Premetto, prima di cercare una risposta, che non desidero entrare  nella tenzone che  nei trascorsi giorni ha infiammato e tuttora infiamma il web e non solo, e che fa sì che la gente comune come me, e forse qualche altro fra i lettori, si schierino in fazioni. Divide et impera insegnavano gli antichi Romani, ma prima ancora ce lo insegnava Sun Tzu nella Arte della guerra. Non desidero farmi acchiappare in uno schieramento in questa vicenda e diffido ogni volta che i main stream ci vogliono a viva forza introdurre in qualsivoglia schieramento, alimentato da storiacce, come da delitti mediatici, o vicende deliranti. Non posso nemmeno entrare nella vicenda con esatta cognizione di causa, perché, pur avendola cercato, non ho trovato il testo della sentenza che ha obbligato la famiglia dei boschi presso Vasto, in Abruzzo, a rinunciare  alla propria vita, scelta con determinazione e consapevolezza. Devo tuttavia ammettere che, in assenza di elementi conoscitivi più dettagliati, tutta la mia simpatia va a questa famiglia che ha fatto una scelta di vita in una vera condizione di “green-economy” e tutta la mia antipatia va verso una forma di potere che si è arrogata il diritto di decidere che cosa fosse giusto o sbagliato per figli minorenni (in assenza totale di forme di abuso o delinquenza) in luogo dei genitori.

Posso ammettere che l’immagine della condizione roussoviana della famiglia libera da  condizionamenti e del tutto felice in natura possa non corrispondere all’intera verità, ma non posso accettare che il tipo di vita scelto da questa famiglia, per il solo fatto di essere diverso da quello della maggior parte di tutti noi, produca necessariamente, solo a causa della sua diversità, disagio psicologico e relazionale nei minori.

La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child) è stata adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. È un trattato internazionale che riconosce i bambini come persone con diritti specifici, che garantisce la loro protezione e la loro partecipazione alla vita sociale e politica e che intende eliminare discriminazioni. La convenzione comprende 54 articoli e assicura il diritto alla vita, alla salute, all’educazione, alla protezione dallo sfruttamento e il diritto ad esprimere la propria opinione. In particolare, l’articolo nove dice: « Hai diritto a vivere con i tuoi genitori a meno che questo non risulti dannoso per la tua crescita». L’articolo 11 aggiunge: «Hai diritto a essere protetto per evitare che tu venga allontanato dalla tua famiglia e trasferito illegalmente». L’articolo 18 rincara:  «Hai diritto ad essere cresciuto ed educato dai tuoi genitori nel rispetto del tuo superiore interesse».

Il problema dunque diventa ideologico: che cosa è dannoso per la crescita di un bambino? Qual è il suo “superiore interesse”? A quanto pare l’intervento dei servizi sociali statali e la decisione di allontanare i bambini dalla abitazione in cui vivevano con i genitori e di condurli presso una casa-famiglia si fonda su alcuni fattori fra cui la convinzione  che la loro casa sia insalubre: pericolosità strutturale dell’edificio (malgrado una perizia che dichiara il contrario), assenza di utenze gas e acqua (prelevata dal pozzo), riscaldamento a legna.  Quanto al riscaldamento, devono aver dimenticato che nella maggior parte delle case di montagna e di campagna ci si riscalda tuttora a legna e che il pozzo ha servito di acqua tutte le generazioni prima della guerra. La casa, poi, è dotata di pannelli solari che producono l’illuminazione.  Un’ulteriore ragione che ha mosso il provvedimento riguarda  il presunto isolamento sociale dei bambini, pregiudizievole per una crescita armonica. Ma siamo così sicuri che davvero non socializzassero? Molte testimonianze vanno in direzione contraria.

Dunque, mi pare di capire: la casa è ben riscaldata, l’acqua del pozzo potabile, l’illuminazione garantita da pannelli solari, i bambini frequentano figli di amici e del vicinato, si relazionano con alberi e animali, frequentano l’home-schooling e sono a posto con gli esami… che cosa ha dunque determinato una sentenza così dolorosa e invasiva nella vita di questa famiglia? Forse è troppo difficile per qualche membro dello stato rinunciare ad esercitare potere oltre una legittima misura? Forse è troppo difficile per chi è affondato in un sistema di vita e impastoiato nella macchina burocratica ammettere che qualcuno possa galleggiare oltre (e magari essere felice)?

Divide et impera, già… ma infine, potrebbe non essere così male che questa vicenda abbia scatenato un confronto fra modelli educativi.

Ho la sensazione che le scelte educative dei genitori in questione siano davvero insopportabili ai sensi dei burocrati benpensanti; ma essi stessi danno l’impressione di essere stati strumentalizzati per dare una bella lezione a coloro che insistono nel voler condurre la vita secondo scelte personali “fuori dal coro”. Un motto latino recitava: «Unum castigabis, centun emendabis» («Ne castigherai uno, ne correggerai cento», traducibile in un detto che fu molto pericoloso (quello delle Brigate Rosse) che diceva: “Colpirne uno per educarne cento”. 

Non sarà mica questo lo scopo di tanto chiasso mediatico?! 

Nel mese di marzo scrissi articolo su Jünger e sul suo libro “Il trattato del ribelle” (una  delle recensioni anacronistiche che ogni tanto mi piace scrivere) in cui il filosofo adopera  la metafora del bosco come luogo dove esprimere la propria volontaria sottrazione alla tirannia del mondo moderno e dove poter agire secondo principi scelti e non imposti dall’alto, contro il nichilismo e la standardizzazione che ci vengono imposti. Il bosco vi appare come luogo fisico ma anche metaforico dove rifugiarsi per sfuggire alle pastoie di un  mondo di cui non si condividono i valori. Del resto quella del bosco è una metafora universalmente conosciuta. Quante fiabe danno il via al cuore del racconto con l’entrata traumatica dei protagonisti in un bosco? Pensiamo a Cappuccetto Rosso, a Pollicino, ad Hansel e Gretel, solo per nominare le più note: il bosco vi rappresenta il luogo insostituibile dove avviene un rito di passaggio, prelude a un cambiamento. Ma come tale è un luogo pericoloso, oscuro e misterioso come l’inconscio: il ritorno alle radici, al profondo senso dell’esistenza, l’avvicinamento alle profondità spirituali non è mai scevro da pericoli. Se ne devono essere accorti i due genitori!

Vorrei vedere ora un altro aspetto delle ingerenze delle istituzioni nei confronti delle famiglie e delle loro scelte educative. Non sempre l’atteggiamento educativo delle famiglie è abbastanza attento nei confronti delle scelte che le istituzioni sembrano imporre, anche attraverso la scuola. Talvolta ci si trova di fronte a condizioni opposte a quella della famiglia del bosco. Quella famiglia deve lottare contro le ingerenze delle istituzioni, ma spesso le famiglie agiscono con una bella dose di laissez-faire nei confronti delle istituzioni, delegando  alle strutture scelte che spetterebbero principalmente a loro. L’unico atteggiamento coerente resta quello istituzionale, con tutte le sue problematiche e le negatività di una società che tende sempre più a limitare le libertà individuali e a controllare in modo ravvicinato le nostre vite.

E qui sono certa di voler polemizzare nei confronti dei cosiddetti corsi di educazione relazionale nelle scuole, perché in realtà sotto questa bella etichetta si nasconde la volontà di portare nelle scuole l’indottrinamento alla fluidità di genere; intanto la nostra scuola continua a essere priva di attenzione nei confronti di una reale  educazione ai sentimenti e alle relazioni e, d’altra parte, continua l’abituale abdicazione, da parte della maggior parte delle famiglie, del ruolo educativo delle famiglie stesse. La colonizzazione ideologica gender propone un modello di sessualità che divarica dal modello biologico: si sostiene il principio di un individuo sradicato dai modello offerti dalla natura in favore di un modello di individuo, per così dire, neutro, né carne né pesce, né maschio né femmina, ma  oggi l’uno e domani l’altro, secondo l’umore della giornata: un individuo, per l’appunto, fluido, come fluidi possono essere le sensazioni e i sentimenti. La denaturalizzazione della sessualità, la negazione della reciprocità uomo/donna non fa che svilire ulteriormente, a mio parere,  il processo di identificazione dell’individuo, esaltando il valore delle personali momentanee percezioni della sessualità, con effetti disorientanti.

Le famiglie dovrebbero rendersi conto che è estremamente pericoloso incoraggiare nei giovani esperienze sessuali fluide,  perché sostanzialmente significa incoraggiare la fragilità, attraverso sperimentazioni che non aiutano la formazione di un individuo ben centrato, così come non aiutano le sperimentazioni di droga o di alcol o di altro genere di abuso.

La delega del ruolo educativo genitoriale alle istituzioni pare ormai sempre  più pericolosamente delineata ed  è evidente che il ruolo genitoriale è in profonda crisi: le scomposizioni e ricomposizioni dei nuclei familiari non hanno aiutato, come non hanno aiutato le composizioni di famiglie gay, la rinuncia delle madri a svolgere pienamente il ruolo materno a causa del preponderare degli impegni lavorativi, la mancanza della reale complementarietà del ruolo femminile e di quello maschile (nessuno dei due genitori sa più quale sia il suo ruolo specifico), e infine, ma importantissima, la cruenta quanto ipocritamente velata guerra che si sta svolgendo nei confronti della figura maschile.

A che punto sono le proposte di legge? All’articolo 1 del DDL n. 2423 si prevede che le istituzioni scolastiche richiedano il consenso informato preventivo dei genitori (o degli studenti maggiorenni presenti nelle superiori) per la partecipazione degli allievi alle attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità; prevede inoltre che tale consenso si basi sulla messa a disposizione alle famiglie del materiale didattico che si intende utilizzare per le attività medesime. È evidente che la preoccupazione ministeriale in questo caso riguarda il possibile – e probabile – coinvolgimento di associazioni sostenenti la visione gender della sessualità: esistono casi nel passato recente in cui associazioni favorevoli non solo alle politiche della fluidità sessuale, ma anche favorevoli  a relazioni sessuali fra adulti e bambini si siano intrufolate nelle scuole. In articoli precedenti, (mese di agosto 2019) mi sono soffermata su Parole in rete su queste problematiche (“Gender e scuola”). Il ministro Valditara tuttavia nel suo intervento del 20 ottobre 2025 afferma: «Non sarà più possibile per associazioni ideologizzate far propaganda, spesso retribuita dai contribuenti, nelle scuole; le lezioni dovranno essere affidate a professionisti seri, psicologi, medici, docenti universitari».

Come è ovvio, tutti coloro che sono favorevoli alle politiche gender gridano allo scandalo: sarebbe semplicemente scandaloso che le famiglie siano informate sui contenuti e pongono l’accento sulla buona volontà di promuovere, nei corsi in questione, relazioni e comportamenti sani, prevenire fenomeni di bullismo, prevenire violenze di genere, rafforzare le competenze emotive degli allievi e le relazioni sociali fra bambini e adolescenti: tante belle parole che però nascondono il lato più oscuro e manipolatorio, il cui step ultimo da raggiungere è la promozione della pedofilia. La strumentalizzazione politica  fa sì che le oscurità  adombrate negli interventi nelle scuole si ammantino di tante belle intenzioni, 

Se si ascoltano le parole di molti aderenti ad associazioni gender i bambini e i ragazzi avrebbero un gran bisogno di aiuto. I paladini dell’aiuto infatti sono convinti di potersi sostituire egregiamente  alle famiglie nell’educazione sessuale, relazionale e affettiva. Secondo loro sarebbero addirittura migliaia le richieste di aiuto che i giovani lancerebbero (a loro parere) per i loro disagi psico-sessuali. 

Ma allora viviamo davvero in un mondo malato!

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