LA VOCE IMPAZIENTE. VIAGGIO NELLA POESIA (58, 59, 60) di Grazia Valente

58. La stasi creativa

                                   Poesia

                                   riportami il tuo canto

                                   non lasciarmi sola

                                   nel deserto

                                   delle mie stesse parole.

Quando la poesia tace dentro di noi, quando il silenzio creativo diventa doloroso, può accadere di rivolgersi alla poesia come a una entità al di fuori di noi (aspetto questo che abbiamo già trattato). La sensazione che si prova, almeno per quanto ci riguarda, è quella di una totale solitudine, di una profonda povertà spirituale. Una condizione esistenziale nella quale  soltanto al nostro corpo è affidato il compito di vivere la vita. Senza la poesia, il nostro paesaggio interiore si desertifica, e anche le nostre parole, private della risonanza poetica, diventano inerti,  prive di significato , svuotate come le nostre giornate.

                                   I miei pensieri sono farfalle

                                   malate

                                   con le ali piegate

                                   tra le pagine bianche

                                   che non vogliono aprirsi.

L’anima sembra ripiegare su se stessa e questa condizione è di impedimento alla creazione. Si tratta di un momento critico che ogni poeta conosce. Non si deve fare altro che lasciarlo passare. Scrivere è come cercare di descrivere un pesce che nuota veloce sott’acqua: anche noi dobbiamo immergerci. Ma a volte preferiamo restare sulla riva, assorti in uno strano paesaggio dove tutto pare pietrificarsi, spegnersi: il filo d’erba scolorisce, la foglia si immobilizza sull’albero, la strada scompare insieme ai muri delle case. E’ come quando cala la notte e ci pare impossibile che le cose che vedevamo di giorno siano ancora lì. Perché sappiamo che ci sono, anche se non riusciamo più a vederle.

59. Il silenzio poetico

Ma la stasi creativa può anche segnare un necessario momento di pausa, di quiete esistenziale.

Il quaderno che un tempo

                                   mi chiamava

                                   adesso tace.

                                   Arabeschi di luce.

Il silenzio poetico non deve spaventare. Spesso è in atto una trasformazione, un intimo rivolgimento, una metamorfosi interiore che può tradursi in metamorfosi del linguaggio. Allora la parola smette di essere “segno” per diventare “arabesco” indecifrabile,  immateriale:  elemento di alta spiritualità. In attesa di ritornare a materializzarsi, misteriosamente, sul foglio.

                                   Oggi sei taciturno

                                   mio cuore marzolino

                                   diradati notturne 

                                   pene e affanni

                                   anche le rime e i versi

                                   silenziosi riposano

.

******

a

Ai miei versi esausti

                                   chiedo di trasportarmi 

ancora un poco

zattere evanescenti

su schiume ribollenti.

Anche i versi possono essere stanchi di cantare la vita, come noi di viverla. La metafora della zattera  introduce nella poesia un  elemento di salvezza, vale a dire la capacità di riuscire, sia pure nella difficoltà del vivere, a creare, mentre la vita, sotto di noi, non arresta il suo corso tumultuoso. Ma sono sempre presenti i rischi di venirne sommersi. Profonda, sotterranea, vi è sempre la paura di morire prima di poter dire quello che volevamo dire.

60.  La consolazione del poeta

                                   Io e la poesia

                                   non abbiamo un unico cuore

                                   quando il mio si arresterà

                                   il suo continuerà la corsa

                                   nell’animo gentile

                                   di qualche sconosciuto lettore.

                                   Ingenua illusione

                                   di eternità.

Se, in quanto appartenenti al genere umano,  siamo consapevoli della transitorietà della nostra esistenza , in quanto poeti il rammarico è anche quello di far tacere i versi, come se al poeta toccasse in sorte una fine tra le più crudeli, vale a dire quella di morire due volte: in quanto essere umano e in quanto poeta.  

Ma gli resta sempre la consolazione che, quando qualcuno leggerà le sue parole,  egli ritornerà a vivere nel cuore di quel lettore.  E se questo  accadesse anche  per un solo istante, avrebbe comunque il valore  di una eternità.

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