NOI AMIAMO IL DESIGN, MA I DESIGNER CI AMANO? di Grazia Valente

Abbiamo sempre ammirato gli oggetti, i mobili, le architetture di design, termine al quale associamo bellezza e funzionalità, innovazione e  capacità di interpretare la contemporaneità e il suo rapporto con l’individuo evoluto. 

Bene, se questo è il nostro atteggiamento nei confronti delle opere di design contemporaneo prepariamoci a una battaglia senza spargimento di sangue ma, tutt’al più, con spargimento di neuroni, messi a dura prova. Che cosa intendiamo dire? Ce lo spiega molto bene il libro Te lo do io il design, sottotitolo Storie di evitabile follia , della giornalista del Corriere della Sera Marisa Fumagalli, corredato dei disegni di Aldo Presta,  edito da Rubbettino. che affronta con ironia la spinosa questione del design alla portata di tutti o, per prendere subito di petto il problema, la sua degenerazione.

Vi sottoporremo, tanto per rompere il ghiaccio, a un piccolo test. Quando entrate in una stanza d’albergo che cosa fate, come prima cosa? Cercate l’interruttore della luce, non è vero? Ebbene, qui avrete il primo test d’intelligenza, dal momento che l’interruttore esiste – ci mancherebbe altro, ci troviamo in un hotel a 5 stelle –  ma non è visibile, abilmente nascosto, forse sotto il cassettone.  Evidentemente, nella mente del Designer – sì, con la maiuscola – la sua collocazione a vista avrebbe creato un insopportabile  squilibrio nell’armonia della stanza. Se non vi garba, pernottate in un albergo a 2 Stelle e avrete il vostro interruttore sulla parete, non appena avrete aperto la porta. 

Secondo test: volete farvi una doccia.  Incauti, dove credevate di essere, a casa vostra? In un hotel che ha affidato a prestigiosi designer il suo arredamento la doccia ve la facciamo fare ma dopo un training che ha lo scopo di mettere alla prova la vostra ingegnosità.  La doccia bisogna meritarsela, che diamine! Se, dopo essere riusciti ad aprire il rubinetto  vi trovate in difficoltà e non riuscite a chiuderlo c’è sempre la Reception a vostra disposizione, ormai assuefatta a tale servizio.

Il libro della giornalista, attraverso numerose interviste a operatori del settore, ma non solo, esplora il mondo del design attraverso le esperienze personali degli intervistati, le loro disavventure e relative riflessioni sull’argomento.

Noi ci soffermeremo su una sola di queste interviste, perché ci sembra quella che meglio focalizza la questione e che potremmo sintetizzare con  questo slogan: pura estetica con poca etica o, meglio ancora: l’architetto: designer: artista o professionista?

Ruberemo alcuni  stralci dell’intervista a Oberdan Forlenza, Magistrato, il quale osserva come gli architetti esprimano la cultura di una precisa epoca storica che si condensa nelle loro opere, le cui caratteristiche di fondo, per quanto riguarda la contemporaneità,  sembrerebbero essere futilità e scarsa praticità. Lo stesso ruolo degli architetti è cambiato profondamente nel tempo risultando esaltato oltre misura (le cosiddette Archistar), ciò che, ad esempio, non è accaduto agli ingegneri.  Con la fusione tra il risvolto pratico di un’opera e l’arte l’architetto perde il ruolo di professionista per assumere quello di artista e tra le due figure vi è una differenza sostanziale: il professionista è vincolato alle esigenze cui l’opera è destinata (le sedi destinate a Banche e Assicurazioni, ad esempio, dovevano trasmettere un’idea di solidità e di affidabilità, ed è con tale criterio che venivano progettate, nel secolo scorso) mentre l’artista è libero. L’indifferenza dell’opera al contesto in cui si colloca può arrivare a risultati paradossali, come quello del nuovo Auditorium di Roma privo del foyer, con gli spettatori che si parlano tra una fila di poltrone e l’altra.

L’intervista a Oberdan Forlenza contiene molte altre considerazioni interessanti per chi voglia conoscere meglio i cambiamenti della nostra società e fino a che punto il design rifletta tale cambiamento.  Noi rimandiamo alla lettura del libro e lasciamo al lettore il compito di fare le proprie valutazioni, etiche ed estetiche, magari sulla scorta di proprie esperienze dirette. Noi personalmente siamo rimasti fermi all’apertura della porta della stanza d’albergo con la scheda magnetica, apertura  avvenuta  spesso, dobbiamo confessarlo, con qualche difficoltà.

Potrebbero interessarti anche...