RICETTE IMMORTALI di Letizia Gariglio
La ricetta che ho usato per produrre in modo casalingo gli “ossi dei morti” è un’antica ricetta piemontese. Il nome dei biscotti senza farina e con molte mandorle e nocciole ha un nome bruttissimo, talvolta addolcito in una definizione meno funebre di “ossi da mordere”, ma tant’è: la preparazione si addice ai climi autunnali e al cadere della rituale ricorrenza dei Morti. Le ricette provengono non solo da tutta Italia ma probabilmente da ogni parte del mondo, dove si svolgono, seppure con toni e modalità diverse, i rituali per onorare i defunti, per operare una riflessione sulla continuità della vita dopo la morte, e per ricordare chi è scomparso dalla scena di questo mondo. Temo che siano oggi rimasti in pochi a dedicare vere e proprie preghiere, almeno secondo le modalità offerte dai riti cristiani, tuttavia perdurano nelle usanze le visite cimiteriali, le offerte di fiori e… perché no, l’offerta silenziosa e personalizzata di dolciumi, fra tradizioni e qualche tocco di modernità, che tuttavia proviene da altre culture, le cui modalità si sono aggiunte alle nostre, spesso prevaricandole: in tal senso penso, ad esempio alla festa di Hallowen, derivata dalla cultura celtica, ma oggi si iniziano a propagare anche tradizioni meso-americane (Dia de Los Muertos) con musiche e celebrazioni chiassose e festaiole, prive di toni luttuosi e nostalgici.
Nel nostro mondo occidentale europeo si è sempre festeggiata la fine del periodo estivo (e pre autunnale) che era stato fertile e produttivo; dopo aver raccolto, catalogato e disposto i beni ricevuti dalla natura estiva ci si preparava per un periodo decisamente autunnale, quando la natura iniziava a riposare nella quiete, prima di porsi nella condizione apparente di morte dell’inverno. Questo era il momento in cui ci si poneva in condizioni di ringraziamento per i doni ricevuti dalla natura e ci si disponeva ad affrontare il periodo più duro dell’anno, fino a quando non ci sarebbe stata nella primavera una rinascita apparente della natura. In questa fase dell’anno, fine ottobre e parte di novembre, sotto il segno astrologico dello Scorpione, ci si disponeva ad affrontare il lungo momento invernale, in cui la natura avrebbe lavorato solo sottoterra, ma in maniera invisibile. Ci si disponeva a lasciare la fase più luminosa e calda del ciclo che era appena terminato, e ad accettare, per meglio dire ad accogliere, la fase meno amabile che si apprestava a dominare l’inverno, fase del lavorio della natura nel buio e nell’oscurità del sottoterra. È sempre stato il momento di raccoglimento, in cui riflettere sul sottile velo che divide la luce dal buio, fra ciò che è più denso e materiale e ciò che è incorporeo, fra mondo manifesto e mondo spirituale, fra esteriorità e interiorità, fra visibile e invisibile, fra la fase di creazione apparente e la fase (non apparente) della vita, vale a dire quella che noi umani definiamo “morte”.
In tutte le culture la festa dei Morti è collocata nel cambio stagionale ed è un momento importante in cui ci si relaziona con il passato, con la memoria e con le tradizioni, persino quelle della cucina e dei dolci: perché no?
Se la festa non è in Occidente palesemente relazionata con l’idea di reincarnazione (perché la religione cristiana ha sempre glissato questo concetto – tranne il cristianesimo delle origini), è però accompagnata almeno nel folkclore dalla sottile idea che la morte non sia altro che una parte di un ciclo, che la persona scomparsa possa in qualche modo, ritornare: le anime possono ritornare invitate dalle luci, dai pensieri, dalle preghiere, e persino dalle dolcezze che i vivi lasciano per loro sulle tavole imbandite; è vivo il senso della continuità, e il mondo dei vivi e dei morti possono in questa fase dell’anno avvicinarsi, la morte fisica può essere concepita come parte di un processo più ampio di trasformazione e rinascita.
La ricorrenza tocca non solo marginalmente il Grande Tema, quello più grande di tutti: il tema della Morte. Oggi non se ne parla mai; non so se altri abbiano notato, insieme a me, che si riesce a parlare a ed agire in ricorrenza del 2 novembre senza mai nominare la parola “Morte”. Così riusciamo ad andare ai cimiteri, mettiamo i fiori e i lumini, prepariamo i dolci… senza mai formulare un pensiero attorno al grande tema. Anche il linguaggio è impreparato di fronte all’evento supremo, sguarnito di parole come è sguarnito il processo di comprensione che potrebbe essere fornito sia dai simboli sia dai riti necessari per comunicare paure, emozioni, disagio, senso della solitudine.
Se è difficile elaborare un lutto è ancora più difficile parlare della morte: lei è oggi il grande tabù, è il tema “sconveniente” da evitare in pubblico ma anche in privato. Sembra essere accettabile solo al cinema, nelle fiction dove le storie umane assumono l’aspetto del grandioso, dell’eccezionale, del “meraviglioso”. Quanto alle piccole vite individuali di tutti noi, nessuno sembra attendere salvezza ultraterrena, ma tutti cercano minuziosamente e tenacemente, fino all’ultimo, salvezza terrena, salvezza del corpo. In questo contesto la medicina può, apparentemente, tutto: è la grande dea secolare, che scientificamente promette di avvicinarci all’eternità. Peccato non possa offrirci il senso della morte, che pure le religioni promettevano di trasmettere (e in parte riuscivano a farlo). Così la maggior parte delle persone delega la propria morte ai medici e alle medicine, sembra a tutti i costi voler continuare a essere impreparato per la propria morte, rimettendone in qualche modo la responsabilità ad altri. E intanto: zitti, guai a nominare l’Innominabile.
Meglio pensare alle ricette. Ingredienti: 4 albumi… 3 etti di….
