ANTECEDENTI DELLO SCHERZO DA PRETE di Pietro Paolo Capriolo
Ogni tanto, mi capita di ricevere a voce o via mail complimenti, precisazioni, commenti, osservazioni, critiche e suggerimenti da conoscenti ed amici che si sono degnati di seguirmi sulle impronte camaleontiche degli scritti pubblicati su PAROLE IN RETE – WORDS ON THE NET.
In merito allo SCHERZO DA PRETE dell’ottobre scorso, si sono formate come due correnti: chi patteggia per il povero reverendo vittima della “ferocia” vendicativa della moglie di Tonino (non solo lo priva del refrigerio, ma gli ostenta un ammiccante eppur proibito ventaglio poggiato sul primo banco in chiesa) e chi invece trova più che giusto ripagarlo, secondo il proverbio, con pan per focaccia.
Alla base di questi atteggiamenti critici c’è un’intima e poi neanche troppo segreta domanda: ma com’è che don Stefano è cresciuto così insensibile, ostinato e prevenuto verso il mondo femminile? Girando all’autore il quesito, è implicita la richiesta di fornire qualche spiegazione o, meglio, integrazione al racconto. Ecco, dunque, che fornisco altri particolari sul suo curricolo educativo, una sorta di sequel alla rovescia.
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Non fu dato in adozione, perché uno zio canonico in Torino s’offerse d’occuparsi di lui in toto fino alla maggiore età. Per il neonato risultò non proprio una fortuna: fu affidato ad un orfanotrofio rinomato del capoluogo e le suore che lo accolsero furono ben liete di averlo, perché potevano contare su una retta sicura.
Crebbe relativamente sereno e protetto dalle insidie del mondo che vedeva in diretta soltanto all’uscita del giovedì pomeriggio. Era la “passeggiata” spesso in visita a santuari cittadini, oratori (lì si poteva giocare a pallone), altri conventi di monache ove sostare oziosamente nel chiostro fra siepi, aiuole e fiori da non calpestare.
Gli incontri con estranei erano molto rari, da contarsi sulle dita di una mano: il pediatra, l’ispettore scolastico, il sacrestano della chiesa accanto, il predicatore degli esercizi spirituali alle monache… Anche le visite dei “probabili” (sottintendendo: genitori adottivi) erano molto rarefatte, facendo risultare l’istituto un campionario scelto di fanciulli con protettori munifici sì, ma niente affatto propensi a prendere con sé quei figli di nessuno.
Per necessità istituzionali, qualche adozione capitava in verità, ma di norma veniva proposto qualcuno che era meglio cambiasse aria perché poco rispettoso delle regole o di propensione pratica, atto poi a svolgere lavori manuali come apprendista artigiano, cosa che non sarebbe certo successa al nostro Stefano.
Nell’orfanatrofio C. Ferrero non erano ospitate bambine. La presenza femminile si limitava alle suore, alle due signore che fungevano da balie (amorevolmente dette “mamma Semolino” e “mamma Biberon”) e a Ninetta che, lavorando in cucina e lavanderia, odorava di cipolla e candeggina.
Donne, ragazze e bambine le vedevano durante la “passeggiata” e nelle pellicole che il sacrestano Mario portava una volta al mese, dopo averle già proiettate all’oratorio. Quando arrivava con la Fiat 500 Giardiniera, si posizionava dentro l’androne ed i più grandicelli volentieri lo aiutavano a scaricare il proiettore 16 mm Microtecnica, i cavi, le bobine vuote e la valigetta con le pellicole noleggiate per il fine settimana.
Si allestiva lo spazio nel refettorio spostando tavoli e sedie; poi, nell’atmosfera buia e piena di attesa, cominciavano l’avventura e l’evasione. Anche le monache assistevano allo spettacolo, tenendo sulle ginocchia qualche piccolo ospite perché non avesse paura del buio.
Quelli in età scolare inoltre facevano annualmente un’esperienza tutta particolare. Bisognava recarsi presso la vicina scuola pubblica per la schermografia. Un autobus appositamente attrezzato con tanto di spogliatoio sostava nel cortile della scuola.
A turno scendevano gli alunni per il controllo preventivo della TBC. Prima le sezioni maschili, poi le femminili ed infine gli orfanelli. Quando essi entravano nello spogliatoio, avvertivano un intenso profumo di borotalco con cui le mamme avevano infarinato le figliole dopo averle accuratamente lavate per l’occasione.
La suora che li aveva accompagnati si accertava che anche l’ultima fosse uscita poi li faceva entrare. Lei attendeva fuori, perché dentro c’erano già le assistenti del radiologo. Quell’esperienza olfattiva avrebbe dovuto richiamare in essi il ricordo dei loro compagni lattanti ancora in fasce, senonché l’istituto acquistava grandi quantità di talco non profumato dai fornitori degli ospedali. Le famiglie invece trovavano nei negozi le verdi buste per riempire i barattoli con il tappo bucherellato di una nota marca che spopolava all’epoca. Per quei maschietti senza famiglia quello risultò essere semplicemente… l’odore delle bambine!
La memoria olfattiva di Stefano subì un forzato aggiornamento qualche anno dopo. L’assistente chierico, di buon mattino, aveva accompagnato una quindicina di seminaristi quattordicenni presso la scuola parificata per sostenere l’esame di terza media. Fra i privatisti, c’erano anche alcune ragazze e, in base all’ordine alfabetico, egli si trovò assegnato nei banchi allineati lungo il corridoio non lontano da due di loro. Lui in calzoni lunghi, scarpe ben allacciate, lucide e nere; quelle con vestito estivo e con semplici sandali ai piedi.
La preghiera interiore (ché lì non s’usava pregare prima d’iniziare la scuola), la preoccupazione per la prova e l’impegno a far ben figurare i preparatori assorbirono i suoi pensieri per la prima oretta. Poi, trovando facile il tema assegnato, si concesse una breve pausa di distrazione, anzi di riflessione socio relazionale: le bambine, crescendo, potevano non odorare solo di borotalco!
Leggerissimi sentori profumati giungevano al suo naso: da una avvertiva l’aroma della lavanda e dall’altra quello delle rose. Non poteva sbagliarsi, perché li aveva memorizzati molto bene nei chiostri delle monache, al tempo dell’orfanatrofio.
All’esame di Quinta Ginnasio che precedeva la frequenza del Liceo Classico, l’ormai smaliziato Stefano si preparava ad indovinare qualche altra essenza botanica; invece, gradevoli fragranze indecifrabili giunsero alle sue narici. Non poteva sapere che, verso i quindici/sedici anni, le studentesse usassero deodorarsi e coprire con neppur troppo economici prodotti industriali i loro effluvi ormonali. Lasciamo il nostro Stefano con i suoi dubbi odoriferi sul genere femminile e colmiamo una lacuna temporale.
Quand’egli frequentava la quinta elementare, le visite da parte dello zio Pino s’erano infittite. Non più mensilmente per pagare la retta e scambiare quattro parole con la direttrice davanti ad una tazzina di caffè, ma divennero settimanali. Si interessava direttamente dei suoi progressi, dei rapporti con i compagni: parlavano amabilmente come padre e figlio.
Una volta, con il consenso della suora, erano anche usciti insieme. Dopo la sosta presso una gelateria, il buon canonico lo portò a vedere il suo “luogo di lavoro” in basilica. Il confessionale, la sacrestia, il guardaroba dei paramenti dai vari colori a seconda delle ricorrenze liturgiche attrassero l’attenzione del ragazzino. Quando poi ebbe la possibilità di salire sul pulpito e da lassù, in punta di piedi, figurarsi già predicatore, ne rimase entusiasta, quasi eccitato. Aggirandosi con lo zio per la chiesa e poi nel cortile, nel refettorio dei superiori ed in quello dei chierici ivi residenti per completare gli studi di teologia, anch’egli partecipava di saluti ed attenzioni di fedeli, di colleghi professori e di studenti che si rivolgevano sì al canonico, ma parevano coinvolgere anche lui.
L’istituto C. Ferrero si occupava degli orfanelli dalla nascita/abbandono fino al termine della scuola elementare. Chi non era stato ancora adottato, la maggioranza, passava ad altro istituto. Il trasferimento era ineluttabile e Stefano, alla proposta dello zio canonico di provare ad intraprendere la sua carriera non si oppose, anzi gli piacque come prova di affetto verso la defunta mamma. E così si trovò a frequentare le scuole medie nel seminario minorile.
Ovviamente anche qui la presenza femminile era esclusa, anzi perfino le suore non si vedevano più, ma si avvertivano presenti al di là di due scaffali rotanti della cucina e del guardaroba. Solo alla messa di mezzanotte, a Natale, esse partecipavano alla funzione comune prima della somministrazione attraverso la ruota del refettorio delle tazze di cioccolata calda ai ragazzi.
Agli esami da privatisti, i candidati provenienti dal seminario risultavano sempre molto preparati nelle materie curricolari. Che altro avevano da fare, se non lo studio e la preghiera? Oltre alla classica passeggiata settimanale, mai una distrazione mondana, quali: scorribande in motocicletta, frequentazioni dello stadio per assistere alle partite, gite sulla neve, primi flirt… Avevano però campionati interni di calcio e pallavolo, con premi in libri e, annualmente, un torneo interdiocesano con due gare ad eliminazione diretta.
John Wayne e gli altri divi in celluloide continuarono a comparire nell’atmosfera buia del refettorio adattato a sala da proiezione con pellicole provenienti dagli oratori e quindi ben selezionate e censurate di tutte le scene di baci (cfr. Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore). L’apparecchio televisivo c’era nella sala dei superiori e i seminaristi potevano accedervi in occasione di importanti eventi religiosi. In un collegamento con l’auditorium RAI per la Messa da Requiem di Verdi, andò prima in onda un breve riassunto delle attività che vi si svolgevano. Non capitò qualche sequenza del Lago dei Cigni di Čajkovskij dove comparivano ballerine in tutù? Un anziano professore si alzò indignato per spegnere l’apparecchio, ma non sapendovi armeggiare, vi si parò allora davanti per salvaguardare gli sguardi degli aspiranti chierici esclamando: «La musica si ascolta con le orecchie!».
Questa era l’aria che tirava da quelle parti. Misoginia? Anche, ma era piuttosto una quasi innocente, eppur voluta, forma d’indifferenza verso l’emisfero femminile, non necessario allo studio del mondo classico e filosofico. Le raccomandazioni ai compagni, che per le vacanze si recavano in famiglia, sulla castità degli sguardi e dei discorsi, al nostro Stefano risultavano superflue. Dopo aver fatto visita alle monache del suo primo istituto, passava tutto il tempo con lo zio Pino presso la basilica in città, a sistemargli le carte che, per una sua segreta velleità poetica, scarabocchiava in dialetto piemontese, nell’illusione di pubblicare un giorno un libro.
Anno dopo anno, di esame in esame, si trovò come altri compagni a varcare la soglia del seminario maggiore, ad indossare la talare nera ed occasionalmente essere chiamato don De’ Salassi.
Diversamente dai compagni che avevano una famiglia, aveva passato i primi diciott’anni di vita senza un vero raffronto con l’altra metà dell’umanità e per lui, la parola femminile risuonava più che altro come un aggettivo inerente all’analisi grammaticale, cioè l’estensione della forma abbreviata (f.) ricorrente sui dizionari di italiano, latino e greco o poco più, se non si vuol dar adito al timore della temutissima tentazione carnale.
