DUE PASSI FRA GLI ODORI(4). LE PAROLE DEGLI ODORI di Letizia Gariglio
LE PAROLE DEGLI ODORI
Per gente come noi, che si occupa di parole (come dichiara il titolo del nostro periodico) gli odori sono una vera disperazione.
Se cerchiamo, limitatamente alla lingua italiana, su un dizionario di sinonimi e contrari (per esempio Il dizionario dei sinonimi e contrari di Aldo Gabrielli) otteniamo un elenco di parole riguardanti l’odore di cui una buona parte è quasi completamente in disuso. A parte i termini più conosciuti e tuttora adoperati, come aroma, balsamo, effluvio, esalazione, fragranza, fetore, miasmo, olezzo, profumo, puzza e puzzo, puzzolenza, sentore, tanfo, zaffata, troviamo anche delle parole non troppo usate come afrore, graveolenza, leppo, lezzo, lezzume, mefite, sito, ulimento, usta…
Già fra quelli più conosciuti serpeggiano alcuni dubbi, e non solo per colpa della nostra ignoranza: ad esempio olezzo si riferisce sia a un odore buono che a uno cattivo: verifichiamo sul Devoto Oli che è applicabile sia agli odori gradevoli o sgradevoli. Anche l’effluvio o l’esalazione agiscono indipendentemente dalla natura dell’odore. Siamo certi di non volere fetori, miasmi, puzze varie, e nemmeno puzzolenze, né tanfi né zaffate che chissà perché non sono mai gradevoli. L’afrore lo conosciamo un po’ per averlo inspirato da qualche ascella dal sudore rancido, pungente e stantio su qualche mezzo pubblico, ma tutte le altre parole dobbiamo sinceramente ammettere che non fanno parte del vocabolario, per così dire, di casa.
Analizziamo con pazienza. La graveolenza ci dà anche la nausea; il leppo viene emanato dalle materie untuose a contatto del fuoco; il lezzo, fetore intenso e repellente, proviene dai corpi sudici umani o animali (anche questo l’abbiamo sperimentato sugli stessi mezzi pubblici di prima); il lezzume è un insieme di cose che sprigionano lezzo; il mefite proviene da acque solforose; il sito è una puzza; l’ulimento sta nella sfera dei profumi, l’usta è odore di selvatico.
La disperazione nasce dalla constatazione che nel complesso l’insieme di lemmi aventi significati attigui alla sfera degli odori non sono pochissimi, ma non raggiungono numericamente la ricchezza dei termini legati alla vista, o all’udito, o al tatto e nemmeno al gusto. Nella lingua latina ci si poteva sbizzarrire di più.
Sappiamo che l’olfatto, che come abbiamo detto ha un canale diretto con il sistema limbico, ha invece scarse relazioni con la sfera del linguaggio: le parole e le idee si relazionano con la neocorteccia, il sistema limbico con le emozioni e gli affetti. È forse questa la ragione per cui è così difficile e limitata l’espressione circa un odore?
La ragione storica che abbiamo già esposto, vale a dire la penalizzazione della corporeità durata lunghi secoli, si aggiunge a quest’ultima ragione, della lontananza dalla sfera del cervello preposta alle capacità linguistiche?
Gli odori, sia in termini di nomi che di aggettivi, sembrano sfuggire le parole. Di fronte a un odore siamo spesso costretti, per esprimerlo, a fare riferimento a qualcos’altro: odore di marcio, di pino, di vaniglia, di garofano, di timo, di rosa, del caffè, del pane appena sfornato… ma non c’è mai una parola sola solo per dirlo. La sensazione ce l’abbiamo lì, in punta di naso, ma siamo costretti a fare un giro di parole. È come se l’odore non si lasciasse mai specificare, ma soltanto comparare con qualcos’altro. Anche quando vogliamo attribuirgli una sensazione aggiuntiva, ci serviamo di un altro senso per aggiungere le nostre qualificazioni: dolce come lo zucchero, amaro come la cicuta, stagnante come un acquitrino, salino come il mare.
Talvolta non ci proviamo nemmeno a definire un odore con un paragone, tagliamo corto, e per esempio diciamo: odore di terra bagnata, di bruciato, di affumicato, di crauti, di violetta, di cavolo cotto, di gasolio, di bagnato, di erba tagliata, di funghi oppure (annusate, annusate!) di tartufi; di aglio, di cipolla, di scalogno, di porro, di anice, di finocchio, di basilico, di cannella, di cardamomo, di chiodi di garofano, di coriandolo, di cumino, di curcuma, di ginepro, di liquirizia, di maggiorana, di menta, di mirto, di noce moscata, di origano e di timo, di pepe, peperoncino e di paprica, di prezzemolo, di rosmarino, di salvia, di sedano, di vaniglia, di zafferano… molti dei quali da noi usati per insaporire i cibi. E poi c’è l’aroma della carne, in special modo quella arrostita, quello del pane, quello del pesce, e, annusate di nuovo, quello del vino. Quello del vino è un mondo a parte, un mondo del tutto privilegiato: in questo campo sì che ci si è sbizzarriti per cercare di dare delle definizioni. Possiamo dire che è un vino fruttato oppure erbaceo oppure nocciolato, caramellato, legnoso, terso, pungente, floreale, speziato…
Quanto alle azioni legate agli odori, possiamo non solo annusare, ma anche fiatare, aspirare, annusare e braccheggiare: quest’ultima simpaticissima espressione che si ispira ai bracchi e che è anche molto usata in senso metaforico. Un odore si effonde, emana, appesta, ammorba, esala, si impregna…
Gli aggettivi definiscono l’intensità di un odore, come forte, deciso, acuto, tenue, leggero, delicato, debole, etereo, passeggero, penetrante, persistente, ributtante: ma vediamo che molti di questi aggettivi si potrebbero applicare a molte altre sensazioni, per esempio appartenenti all’udito. Attribuiscono una prima spartizione fra buono o cattivo, gradevole o sgradevole, caratteristico o strano o indefinibile o inconfondibile, delizioso o disgustoso: ma anche questi aggettivi a quante situazioni, eventi o sensazioni si potrebbero applicare? Spartiscono l’amaro dal dolce, o dolciastro, si soffermano sull’eventuale acidità, come acido, aspro. Molti aggettivi pescano dalla sfera del gusto: per esempio appetitoso, culinario, fruttato, piccante, pungente, invitante. Anche gli aggettivi esotico, evocativo, metallico, maschile o femminile, allettante sembrerebbero potersi applicare a circostanze o sensi diversi, come il tatto. Rimangono, se non nella pura sfera odorifera, almeno in un campo sicuramente olfattivo meno ambiguo: floreale, fresco, profumato, nauseabondo, puzzolente, speziato, balsamico, muschiato, silvestre, salmastro, paludoso, bruciato, cadaverico, carbonizzato, soffocante, fermentato, ammuffito, rancido, medicinale, nauseante, pestilenziale, putrescente, arrugginito, erbaceo, fangoso, fumoso, legnoso, stagnante, sulfureo, urinoso, vegetale… e forse pochi altri.
Quanto all’organo preposto a odorare, il naso, siamo abbastanza fortunati perché possiamo usare un mucchio di espressioni, dal ficcare il naso, intromettendosi negli affari altrui; arricciare il naso, mostrandoci contrari; avere naso (o avere buon naso), che ci dice come l’odorato sia collegato con l’intuizione; farla sotto il naso a qualcuno, ingannandolo facilmente e in modo palese; bagnare il naso a qualcuno, superandolo; restare in palmo di naso, rimanendo beffati; menare per il naso qualcuno, prendendolo in giro e manipolandolo; non vedere al di là del proprio naso, essendo limitati e poco lungimiranti; mettere il naso fuori casa, per uscire un po’; avere la puzza sotto il naso, perché siamo superbi; a lume di naso, con il solo aiuto dell’intuito; mettere sotto il naso, dimostrando in modo chiaro qualcosa a qualcuno; sbattere il naso, dovendo rendersi conto di qualcosa per forza; sbattere la porta sul naso, rifiutando di ricevere qualcuno; ci piace talvolta andare in giro con il naso per aria, senza attenzione.
A Pinocchio si allunga il naso quando dice le bugie perché, ancora burattino, non sa controllare con discernimento le proprie pulsioni, ma la verità emerge nonostante i tentativi di nasconderla.
Ciò che non sapevamo, quando lo leggevamo, era che la storia conteneva un fondo di verità.
Gli scienziati infatti l’hanno scoperto in anni recenti: hanno scoperto l’effetto Pinocchio, vale a dire quel fenomeno sia psicologico sia fisiologico per cui il profferire menzogna fa aumentare la temperatura nella zona del naso e attorno agli occhi, dando un pizzicorino. In realtà il fenomeno si manifesta non solo quando raccontiamo le bugie, ma quando subiamo in generale uno stress emotivo.
Nella comunicazione non verbale il naso, infatti è considerato un indicatore importante per rivelare sia le emozioni di chi ci sta ascoltando sia la sua eventuale tensione, l’accordo il disaccordo che l’interlocutore prova nei nostri confronti e più in generale il suo disagio, così quando vediamo il nostro interlocutore strofinarsi la parte inferiore del naso possiamo essere quasi certi che sia infastidito da quanto stiamo dicendo o addirittura lo stia intimamente rifiutando; il toccarsi il naso durante una conversazione segnala comunque incertezza e strofinare il naso sulle sue pareti esterne significa, secondo i dettami della comunicazione, un vero e proprio disaccordo con quanto detto.
