LE FORCHETTE DEL PAPA di Pietro Paolo Capriolo
No. Non mi riferisco alla fotografia in cui il Provinciale dei Gesuiti, non esimendosi dal suo turno in cucina, è immortalato nell’estrarre con un forchettone la carne fumante dalla pentola. L’allora padre Jorge Mario Bergoglio era ben lontano dall’idea di divenire un giorno vescovo, poi cardinale ed addirittura papa, con il nome di Francesco. Questa foto, tuttavia, richiama ed anticipa il carattere di genuina ed affabile quotidianità dimostrata in tanti momenti anche da pontefice.
Il comune utensile delle nostre mense a cui faccio riferimento è quello che, incredibilmente, compare nientemeno che in un testo a carattere dottrinale diretto a tutta la Chiesa: l’enciclica Dilexit nos del 2024.
In piena epoca di intelligenza artificiale, Francesco richiama ricordi d’infanzia comuni a tutti quei gesti casalinghi che nessun algoritmo può contemplare come indispensabili nell’apprendimento socio-collaborativo. Cito direttamente: «Penso all’uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne. È quel momento di apprendistato culinario, a metà strada tra il gioco e l’età adulta, in cui si assume la responsabilità del lavoro per aiutare l’altro». (Dilexit nos, 20)
E, sempre nella cucina e dalla voce della nonna, il piccolo Jorge ha appreso a distinguere l’inganno dell’apparenza dalla realtà. Egli ricorda l’infantile esperienza nell’assistere alla preparazione delle frittelle di carnevale che in tante parti d’Italia sono dette “chiacchiere”, ma in Piemonte addirittura “bugie”, perché ingannano l’occhio con il loro volume e si rivelano fragili e vuote. «Ed era proprio la nonna che ci spiegava il motivo: “Queste frittelle sono come le bugie, sembrano grandi, ma non hanno niente dentro, non c’è niente di vero, non c’è niente di sostanza”» (Dilexit nos, 7)
Chi di noi, dal deposito delle sensazioni, non sa riesumare l’esperienza gustativa di quella pastella sottile, fritta e cosparsa di zucchero? In più il piccolo Jorge memorizzava anche la motivazione del nome di quel dolcetto casalingo che la saggezza avita insaporiva di insegnamento indelebile!
Quella nonna tante volte evocata nei suoi discorsi e dalla quale ha praticamente imparato a parlare [«Posso dire che il piemontese è stata la mia prima lingua madre» (Life. La mia storia nella storia, HarperCollins, Milano, 2024)] è stata figura importante nella sua educazione, ben integrando le cure parentali dei genitori emigrati in Argentina per lavoro e nel lavoro impegnati.
Altre stoviglie, spesso di plastica, ha toccato il pontefice Francesco partecipando ai pranzi con i poveri, in mezzo a loro e con loro partecipe della testimonianza dell’accoglienza cristiana dei fratelli meno fortunati.
Ma c’è un aneddoto curioso risalente ai primi giorni dopo la sua elezione. S’era messo in fila al self-service della casa Santa Marta dove risiedeva e mangiava con tutti gli altri ospiti della struttura. Giunto al tavolo per consumare il pasto, si accorse che lì mancava la forchetta: con naturalezza si alzò ed andò a prendersela al mobiletto delle posate. Il gesto è significativo, perché rompeva ulteriormente il protocollo già sconvolto dalla scelta di non vivere nel palazzo apostolico. Il cerimoniale prevedeva infatti che ogni sua necessità fosse anticipata o supplita da personale di servizio.
Nella sua semplicità istintiva, questo è anche un messaggio di esistenziale semplicità: papa Francesco non si sentiva monarca, ma pastore fra i pastori, anche nella quotidianità della vita.
