I LUOGHI DELLA POESIA: IL SILENZIO E L’ORTICA di Grazia Valente

La poeta (1) torinese Maria Luisa Spaziani, scomparsa nel 2014, oltre ad averci lasciato le sue poesie ci ha donato una bella definizione di Poesia:

[…] l’arte più solitaria e refrattaria che esista, che nasce come l’ortica nel silenzio e nelle rovine, la più fedele alla civiltà della scrittura.

Se analizziamo le singole parole troviamo subito Arte come voce introduttiva. Non c’è dubbio che la poesia sia un’arte e, in quanto tale, perfettamente inutile (Montale) e quindi destinata a durare nel tempo (Carmelo Bene), al contrario delle cose utili che sono destinate a essere sostituite da altre più utili. Prova ne sia che la poesia del passato, anche del passato più remoto, continua a parlarci, più moderna di molta poesia contemporanea. Come è possibile? La nostra risposta è in un’altra parola che dovrebbe essere accostata a Poesia, la parola verità. Quanto più la poesia si avvicina alla verità tanto più il suo destino è quello di continuare a vivere nel tempo. Qualcuno ci fa notare che accostare la verità alla poesia è un concetto ottocentesco?  Non ce ne curiamo.

Proseguendo nell’analisi della definizione di poesia operata dalla Spaziani troviamo l’aggettivo solitaria. Anche in questo caso non possiamo che trovarci d’accordo. Il momento della creazione è un momento di massima solitudine, poiché si sta svolgendo un dialogo fitto e intenso con la nostra psiche, un dialogo muto che richiede uno spazio vuoto intorno a noi. La poesia nasce dal silenzio (Szymborska).

Ma ecco l’aggettivo che ci ha catturato intellettualmente: refrattaria. Refrattario  deriva dal latino refractarius che significa caparbio. derivato a sua volta dal verbo refragare, che significa opporsi. Ci piace molto pensare alla poesia che si oppone, che resiste.

Questo aggettivo non circola praticamente più nel lessico attuale. In questo tempo nessuno è considerato refrattario, siamo tutti o ribelli o arrendevoli (conformisti?), adattabili, quasi camaleontici. In sintesi: la poesia è caparbia, non malleabile, molto resistente. Sarà per questa ragione che è praticamente espulsa dalla società?

L’ortica, una pianta dalla peluria altamente respingente, usata come difesa dalle ingerenze esterne, ha anche proprietà medicinali ed è usata nella preparazione dei cibi. Ma perché la Spaziani ha accostato la poesia a questa pianta? Abbiamo la risposta nelle parole successive: silenzio e rovine. Ecco dove viene collocata la poesia, un’arte solitaria che nasce dove la natura appare più ostile, meno attraente. Dove prima c’era vita e adesso rimangono solo silenzio e rovine. La poesia dà voce a qualcosa che non esiste più, qualcosa di irrimediabilmente perduto. 

La poesia, secondo la Spaziani, è la più fedele alla civiltà della scrittura. Qui, a nostro giudizio, viene toccato il punto più alto della definizione di poesia che ne dà la poeta. La scrittura come espressione di civiltà, come essenza del patrimonio spirituale e intellettuale dell’essere umano, ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi: la parola. E la poesia usa la parola come grimaldello verso la conoscenza, verso l’essenza di ciò di cui è costituita l’umanità.  

Per tale ragione non possiamo fare altro che amarla e cercare di proteggerla, per quanto possibile. 

(1) Maria Luisa Spaziani detestava il termine “poetessa”. Poetesse sono quelle che scrivono poesie sui gatti, diceva.

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