DUE PASSI FRA GLI ODORI (2). UN’ANNUSATINA AI FILI OLFATTIVI DEGLI ANTICHI di Letizia Gariglio

UN’ANNUSATINA AI FILI OLFATTIVI DEGLI ANTICHI

Ippocrate (460 a. C. – 377 a. C.), pur non avendo formulato una specifica teoria sugli odori, riteneva gli odori del corpo umano degli ottimi segnalatori per diagnosticare le malattie: erano segnali chimici importanti (e la medicina moderna ha poi confermato che l’odore del corpo umano cambia in base alla malattia da cui è affetto): per esempio collegava gli odori dolciastri a disturbi metabolici (oggi diabete), le urine maleodoranti significavano presagio di morte, gli era noto il fetor hepaticus, indizio di disturbi del fegato.  Riteneva che le malattie potessero essere causate da miasmi, cioè da aria cattiva: respirare questi cattivi odori faceva male, alterava l’equilibrio dei quattro umori  (sangue, flegma, bile gialla e bile nera) portando alla malattia. Prescriveva ai suoi pazienti di adoperare fumigazioni con erbe aromatiche e massaggi con oli profumati per rendere l’aria più pura e per fortificare il corpo. Anche oggi del resto si accetta che un odore o un profumo diffusi nell’aria possono avere un effetto terapeutico oppure un effetto nocivo su uomini e animali. 

Nel Timeo Platone (428 a. C. – 348 a. C.) parla delle proprietà delle narici e definisce gli odori come un genere incompiuto. In breve, secondo il filosofo greco, una sostanza emette odore quando compie un passaggio di stato tra una condizione fisica specifica ed un’altra (per esempio il passaggio di un liquido come l’acqua a vapore). Secondo il filosofo, in una condizione di stato fisso i pori olfattivi sono inadeguati per recepire l’odore degli elementi più semplici, infatti la terra e l’acqua hanno una forma troppo spessa, l’aria e il fuoco hanno una forma troppo sottile: la sensazione olfattiva si attua quando i corpi passano da uno stato all’altro acquisendo in questo modo una forma intermedia. Solo la forma intermedia è adatta a essere recepita dalle strutture dell’olfatto. Date queste premesse ogni odore è o vapore o fumo, è percepibile quando certi corpi vengono bagnati, entrando nel processo di putrefazione, o stanno  evaporando. Precisa che: «Le varietà (degli odori) non hanno nome, poiché non derivano da specie né semplici, né complesse, ma in due modi si possono indicare, che sono gli unici che emergono con evidenza: e cioè gradevole e sgradevole, dal momento che uno irrita e l’altro usa violenza su tutta la cavità».

Aristotele (384 aC. – 322 a.C.) parla dell’olfatto nel trattato De anima e in De sensu; riteneva che l’olfatto fosse necessario in vista della conservazione della specie; era per lui il più difficile dei sensi da definire perché non risultava chiaro che qualità possedesse. Riteneva che questo senso si situasse in una condizione di mezzo tra i sensi di contatto, come il gusto e il tatto, e i sensi di distanza, come la vista e l’udito. Come per la vista e l’udito infatti anche per l’olfatto è necessaria una mediazione, quella dell’aria, per poter percepire le fonti odorose. Sosteneva, a differenza di Platone, che potessero avere qualità simili a quelle del gusto, dunque essere dolci, amari, aspri, pungenti… Rilevava una differenza importante fra uomo e animali, attribuendo all’uomo un odorato meno sviluppato e riteneva che mancasse una terminologia specifica per gli odori, se non mutuata dalla terminologia del  gusto.

Divideva gli odori in odori piacevoli e spiacevoli: i primi associati ai profumi di fiori e di sostanza aromatiche; i secondi causati dai processi di putrefazione, marciume, ma anche prodotti dalle sostanze nocive. Suggerisce alcune qualità olfattive: il dolce, come quello dei fiori; l’acre  o pungente; l’astringente; il rancido; il putrido o fetido; il ricco, come quello della resina. Si osserva come la classificazione tenga conto della reazione umana di fronte ad essi.

Teofrasto, succeduto ad Aristotele, (371 a.C -287 a C.) nel suo trattato De odoribus collega odori e sapori, divide gli odori secondo gradevolezza, descrive come estrarre profumi dalle sostanze: oli, spezie, radici, fogli e fusti di piante. Oltre alle tecniche di estrazione delle essenze, descrive come conservare le fragranze, studia l’effetto benefico o nocivo di alcune sostanze sull’uomo.

Galeno (129 d. C –  216 d. C.), che raccolse in età romana l’eredità conoscitiva della medicina di Ippocrate, ne coltivò gli insegnamenti: nella sua farmacologia adoperò le qualità aromatiche di erbe e piante, con l’applicazione della teoria  dei contrari: la malattia veniva considerata una discrasia, un disequilibrio, per cui a un eccesso o a una mancanza nell’equilibrio degli umori occorreva contrapporre il principio contrario. Usava i profumi per curare specifiche malattie. 

Dobbiamo arrivare al 1700, con Linneo (1707 / 1778), medico e naturalista svedese, per giungere ad una vera classificazione degli odori, all’interno della sua opera Odores Medicamentorum. Anche lui parla di quelli piacevoli e spiacevoli. Quelli piacevoli comprendono gli aromatici, come i chiodi di garofano, e quelli fragranti, come quelli emanati dai fiori; gli odori sgradevoli comprendono anche quelli ambrosiaci (come l’ambra grigia e il muschio), quelli agliacei, quelli caprini, quelli nauseabondi, e quelli repellenti. Era interessato soprattutto a definire gli effetti terapeutici delle piante: secondo lo studioso gli elementi dotati di odori forti potevano esercitare una grande potenza farmacologica, quelli inodori o scarsamente odorosi non potevano esprimere grandi capacità fterapeutiche.

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