RAEE di Pietro Paolo Capriolo

Presso un’isola ecologica decentrata

Dopo aver presentato il tesserino attestante la residenza e che mi autorizza allo scarico gratuito, varco la soglia dell’isola ecologica cittadina. Un addetto mi indica la rampa di cemento che porta sul bordo  dei vari cassoni dove si fa la raccolta differenziata: carta, legno, metalli, sfalci e ramaglie, rifiuti edili e finalmente anche quello per piccole apparecchiature elettriche.

Presso quest’ultimo, fermo l’automobile su cui ho caricato una vecchia stampante, un frullino che dopo anni di onorato servizio ha deciso di suicidarsi in un’ammorbante nuvoletta di fumo azzurrognolo, una padella dallo smalto di teflon graffiato ed un’antidiluviana stufetta elettrica dalla resistenza avvolta su un cilindro di ceramica posto nel fuoco di una parabola d’alluminio, rinvenuta in cantina e risalente agli anni Cinquanta.

Procedo per ordine di peso e di ingombro degli oggetti. Faccio due passi e, quasi con compiacimento fra i rottami di metallo mi disfo della padella dal fondo graffiato e pericolosamente cancerogeno. Tornando all’auto, mi chiedo se la stufetta andrebbe smaltita anch’essa lì perché, oltre un rimasuglio di cavo, di “elettrico” ha poi soltanto una spanna o due di resistenza attorcigliata: il pesante  basamento e la parabola sono di metallo. Fra me e me, a mezza voce mi dico: «Però, è pur sempre un rifiuto elettrico» e mi pare di sentirmi elogiare: «Bravo, mettila qui con noi RAEE».

«RAEE… sarebbe a dire?» domando istintivamente. Sulla rampa di scarico però sono l’unico essere umano. Chi ha parlato? L’ora, più che volgere al desìo, è prossima al desinare ed attribuisco la voce ad un calo di zuccheri. Già mi  immagino, nella sua postazione al coperto, l’addetto all’ingresso scartarsi il panino con l’acquolina in bocca. Mi trattengo ancora un po’, tanto non do fastidio a nessuno. Mi avvicino incuriosito al cassone dove alla rinfusa giacciono tostapane, fornelli a microonde, asciugacapelli, aspirapolveri, monitor… Proprio sul bordo, in verticale e deposto quando il contenitore era quasi vuoto, noto un pannello fotovoltaico che mi spiega: 

«RAEE, un acronimo facile da ricordare e tutto italiano. Vuol dire: Rifiuti Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. La stufetta mettila pure qui. Ci penseranno quelli dello smaltimento a separare i vari materiali che la compongono, come per la carcassa smaltata di quel fornelletto, le sue resistenze, i cavi… Dovrebbe avvenire così anche per me, ma nutro un po’ di apprensione. Sai, in questo mucchio disomogeneo di cianfrusaglie mi sento un tantino a disagio, fuori posto…»

«Perché mai dici questo? Più rifiuto elettrico ed elettronico di te che ti chiami pure fotovoltaico, non saprei cosa possa intendersi di meglio degno in questo settore».

«Non mi riferisco tanto al mio stato, quanto alla modalità di conferimento ed alle dimensioni. Ne vedi forse altri, al di fuori di me, di pannelli? Pur avendo uno spessore di pochi centimetri le altre misure sono notevoli: metri 1,70 per 1,20 quasi fossi un frigorifero che non portano certo qua!»

«In quanto a modalità, cosa ti preoccupa?»

«Devi sapere che il mio fine vita non è dipeso da malfunzionamento, vetustà dell’impianto o da eventi atmosferici. In questi casi, la sostituzione non è mai per un singolo elemento e chi installa i nuovi pannelli si porta via gli altri, così come ti sarà capitato per la lavatrice: si dice uno contro uno»

«Ma allora raccontami il tuo infausto evento. Cosa ti è successo?»

«Era una limpida mattinata d’autunno e con i miei “compagni di lavoro” sul tetto stavo producendo un bel po’ di Wattora, quando dall’abbaino spunta fuori un antennista con una parabola satellitare da piazzare sul tubolare che già reggeva l’antenna classica della TV. Trattandosi di un lavoretto di pochi minuti, l’uomo non si è assicurato al cavo salva vita. Malauguratamente, gli cade di tra le mani un aggeggio e lui, d’istinto, si protende per non farlo cadere nella grondaia. Perde l’equilibrio e meno male che non precipita giù, ma mi sale sopra con un’ottantina di chili e mi manda in frantumi».

«Stavo per esclamare “Mors tua, vita mea!” ma questa volta è tutto l’inverso: a rimetterci sei stato tu e, per buona sorte dell’uomo e della sua famiglia, non c’è stato un altro incidente mortale sul lavoro».

«Mi spiace ammetterlo, ma hai proprio ragione: io, tutto sommato, sono sostituibile ad un prezzo non paragonabile con quella di una vita umana». 

«E poi com’è andata?»

«Intanto, l’impianto intero si è bloccato, perché né io né i miei “colleghi” eravamo dotati di ottimizzatore. È  successo quello che capitava alle vecchie illuminazioni natalizie quando, se una lampadina si bruciava, tutte le altre si spegnevano. Ora il proprietario ha fatto questa spesa aggiuntiva e preventiva. Nel frattempo, io sono stato rimosso, fotografato e messo da parte per le perizie delle assicurazioni. A causa della franchigia, il mio vecchio proprietario ha esercitato rivalsa sull’antennista e sulla sua compagnia. Sono rimasto appoggiato ad un muro in garage per settimane, poi finalmente mi hanno portato qui»

«Gesto decisamente in linea con l’ecologia e l’economia del recupero»

«Sì, però… Hai presente il proverbio “Chi rompe paga e i cocci sono suoi?” Finita la vertenza assicurativa, l’antennista ha dovuto recuperarmi e provvedere allo smaltimento»

«Ti ha portato al posto giusto. Perché sei ancora preoccupato?»

«Quando è arrivato qui, io ero alloggiato sul tettuccio del furgoncino, legato con cinghie elastiche. Mi hanno notato subito e non volevano farmi entrare. Qui ci sono contenitori per tante cose, dalle pile scariche all’olio di frittura usato, ma per i pannelli come me no. Ero e sono il primo capitato in quest’isola ecologica»

«Interessante. E come è finita?»

«Dopo discussioni, telefonate, minacce dei custodi di far intervenire la polizia locale e quelle di ricorrere alle vie legali da parte del conferitore, finalmente s’è trovata una soluzione tutta all’italiana. Mi hanno deposto con cura con la parte vetrata appoggiata alla parete interna del cassone, cosicché da dietro posso essere scambiato per uno schermo gigante di televisore. Quando il camion mi ribalterà nel grande deposito di raccolta dei RAEE, mi frantumerò ancora e sarò sommerso da tonnellate di diversi rifiuti in attesa di recupero. Convennero pacificamente che, alla fin fine,  non sarò poi mica l’unico a capitarci da tutta la provincia e così ci penseranno altri a trovarmi una giusta destinazione».

«Ma, in confidenza, non hai paura d’essere sezionato, rifuso e trasformato in altra cosa?»

«No. Molte delle mie parti provengono già da altre cose: l’alluminio da lattine e padelle, il rame da conduttori che sono andati più volte in fornace, il vetro da finestre e barattoli. Perfino il silicio non proviene tutto da sabbie purissime destinate ai microprocessori: una buona parte del mio deriva, pensa un po’, dalla silice contenuta nella lolla del riso (la parte esterna del chicco che ne contiene il 20 % e va comunque rimossa prima dell’alimentazione umana)».

«Già da solo rappresenti un bel campionario di oculato recupero di materie prime».

«Non per vantarmi, ma noi RAEE siamo al vertice della raccolta differenziata. Si va dal recupero del banale acciaio che va bene per fare chiodi fino all’oro di contatti elettronici particolari, per non parlare delle terre rare. Allora, ti decidi a scaricare qui la vecchia stampante laser?»

«Ti confesso che un po’ mi dispiace abbandonarla qui, ma ora era inutilizzabile. Con il frullino, fatevi tutti buona compagnia ed auguri per una nuova vita!»

Risalgo in auto e passando davanti al gabbiotto del custode accenno ad un saluto che egli ricambia trattenendo con l’altra mano il panino.

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