LA VOCE IMPAZIENTE. VIAGGIO NELLA POESIA (40, 41, 42) di Grazia Valente

40. Il poeta e il senso di impotenza

Anzi, egli si sente spesso impotente di fronte alla tragicità degli eventi che colpiscono il genere umano, come ad esempio le guerre.

                        II poeta è uno strano soldato

                        con la forza invisibile di un verso

                        vuol fermare l’onda d’urto del mondo

                                                   *****

Sono pesanti gli stivali dei soldati.

                        Ho gettato versi sparsi ai loro piedi

                        non un momento il loro passo è rallentato.

Poiché la poesia non può fermare la guerra né la stupidità. Ma, se è difficile pensare di illuminare le menti offuscate dalla violenza, forse qualcosa si può ottenere nei confronti delle moltitudini inerti, passive, succubi, cercando di risvegliare in loro l’orgoglio della appartenenza al genere umano e il conseguente desiderio di riscatto. 

41. Il poeta e le sue frustrazioni

Tale sensazione di impotenza crea di conseguenza frustrazioni.

                                   I versi dei poeti

                                   sono semi di un mondo

                                   che deve ancora nascere.

Qui ritorna il concetto, già trattato, del “mondo migliore”, il mondo vagheggiato e che si percepisce lontano, lontanissimo, quasi irraggiungibile. E il poeta ha sempre la sensazione di seminare al vento. Ma, una volta tanto, si apre una speranza più concreta: che i semi di oggi prepareranno un mondo più giusto, vale a dire più vicino al modello che il poeta ha in mente. Egli, in questo modo, si sente, o si illude di essere, un anticipatore: un profeta che, ovviamente, predica nel deserto. Ma da quel deserto potrà forse fiorire una nuova civiltà.

Ma esiste anche un altro tipo di frustrazione.

                                   Da inedite sponde

                                   il poeta lancia il suo grido

                                   ritmato

                                   raccolto soltanto

                                   dal fiato dei clacson.

Il poeta inedito ha concretamente la sensazione che le sue parole vadano disperse. Non vede sbocchi alla propria creatività, poiché gli sono preclusi i canali che lo collegano al pubblico dei lettori. Egli deve quindi rivolgersi a un pubblico ristretto, limitato numericamente. Sperando che si stabilisca comunque un contatto. Altrimenti, non gli resterà altro che il frastuono dei clacson … 

Ma è anche opportuno chiedersi se dalle … sponde edite le cose stiano diversamente. C’è di che dubitarne.  Ci auguriamo soltanto che si faccia al più presto ordine in questo settore, dove il proliferare di pseudo case editrici, insieme a pseudo letterati, rischia di provocare il collasso dell’apparato e anche del lettore. Che giustamente si rivolge sempre di più agli scrittori classici. E ha tutto il nostro plauso. 

42.  La vanità del poeta

Ma se è possibile, per editori di pochi scrupoli, lucrare sul desiderio di essere pubblicati da parte di alcuni, noi crediamo che il poeta, che amiamo definire “cantore del mondo invisibile”, dovrebbe invece essere schivo e refrattario alle vanità che infestano il mondo visibile. Certo, la poesia – ma sarebbe più esatto dire: il poeta – richiede un lettore, un pubblico. Già abbiamo parlato delle frustrazioni che derivano dall’essere inediti. Ma, senza il supporto di una seria Casa editrice, alla quale spetta il compito di esaminare, giudicare e eventualmente pubblicare a proprio rischio l’opera, come può il poeta, o comunque l’autore, essere sicuro di meritare un pubblico, un lettore? Al poeta si chiede di essere ambizioso, non vanitoso. “Il poeta, al contrario dello scrittore, non esprime ma trascende qualsiasi interesse pratico” (Croce).

Anzi, arriveremo a dire che la vanità è spesso la prova provata dello scarso valore del soggetto che si propone come poeta. Simile a quel “cattivo poeta” (Suffeno) cantato da Catullo, il quale gaudet in se et se ipse miratur. Contento e sicuro di sé, il Suffeno di Catullo non si accorge che per chi lo ascolta è un “carnefice, torturatore dell’orecchio”.

Tante volte li ho visti

                                   gli assetati di applausi

                                   porsi sempre 

al centro 

del cerchio.

Non sanno che

la vera poesia

non degli altri

ma di se stessa si appaga.

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