COCCARDE, FIOCCHI E NASTRI di Pietro Paolo Capriolo
Tecniche sofisticate di avvistamento sanno distinguere un veicolo amico da uno nemico e, sebbene aerei supertecnologici come l’Eurofighter Typhoon riportino ancora sulle ali e sulla fusoliera insegne distintive visibilmente colorate, queste hanno una funzione più che altro dignitosamente decorativa e non raggiungono il grado kitsch delle carlinghe dipinte come fossero musi di squali.
Ai tempi di Francesco Baracca però a fare la differenza era l’occhio del pilota che doveva in fretta riconoscere un aeromobile e decidere se ingaggiare un duello aereo o salutare un alleato che gli si avvicinava in volo. Le insegne erano determinanti e si andò avanti così per tutta la Seconda guerra mondiale. Le svastiche della Luftwaffe si scontravano con i centri concentrici rosso, bianco e blu della Royal Air Force nei cieli di Londra.
L’epoca di maggior diffusione delle coccarde è però precedente e si manifestò specialmente in momenti di importanti movimenti d’opinione politica. Moti popolari e rivoluzionari ebbero i loro colori appuntati sul copricapo e sul bavero degli uomini e nei capelli delle donne. Militari, spesso con uniformi poco dissimili, si distinguevano dalle coccarde e, più di recente nelle colonie, identici caschi di sughero a protezione dai raggi solari differivano soltanto dalla coccarda sulla fronte e, non di rado, cambiando solo distintivo, nel secolo scorso gli italiani riciclarono copricapi del nemico.
Il prototipo francese aveva il colore verde della speranza che però fu subito sostituito con il rosso ed il blu della città di Parigi. Quando Luigi XVI accettò di esibire la coccarda, aggiunse il bianco dei Borboni. Questi colori divennero ufficiali e furono fonte d’ispirazione della bandiera definitiva della Francia.
La messaggistica basata su simboli posti sul vestiario non si è limitata alle sole coccarde. Tristemente nota è la stella gialla imposta agli ebrei dalla Gestapo. I nazisti riesumarono un’usanza di vergognosa discriminazione razziale già praticata secoli prima nelle terre con popolazione a maggioranza mussulmana. Lì, cristiani ed ebrei, pur godendo dietro tributo di praticare la loro religione, si dovevano facilmente differenziare. Per contraltare, nelle regioni cristiane avveniva il contrario e comunque gli ebrei furono sempre discriminati (professioni loro proibite, restrizioni di circolazione, e addirittura ghetti per abitarvi).
Coccarde e vistosi nastri colorati sono esibiti da possessori di cavalli vincitori di trofei. L’animale trionfatore sfila con la sua prestigiosa insegna fra la gioia dei fantini e scommettitori anche se il quadrupede, a parer mio, più che alla gloria sarebbe maggiormente interessato ad un premio godereccio come uno zuccherino o un’abbondante razione di biada!
In sostituzione di medaglie da esibire sul petto nelle grandi occasioni, i militari portano appuntati sulle divise in rigoroso ordine d’importanza dei nastri colorati che richiamano le decorazioni e/o la partecipazione a campagne e spedizioni. Per i profani sono piuttosto misteriose e fonte di richiesta di spiegazioni; per gli antimilitaristi sono solo boriose patacche autocelebrative. Mah? Ogni esercito ed associazione d’arma li tiene in considerazione e, da ex granatiere, mi pare giusto che chi ha preso parte a qualche evento importante ne possa menare vanto. D’altra parte, papà e mamma vanno fieri della loro creatura e lo manifestano a tutti perfino esponendo sulla porta dell’abitazione il fiocco rosa o azzurro del nuovo venuto al mondo. Con i tempi che corrono, questa è già di per sé una grande impresa!
A dire il vero non ho campagne da vantare, né decorazioni particolari da esibire, ma riguardo ad una medaglia mi va di raccontarvi una mia disavventura che sembra ispirata alle vicende di un personaggio della pubblicità. Ricordate Calimero, lo sfortunato pulcino che terminava ogni storia lamentandosi con «È un’ingiustizia, però!», perché piccolo e nero? Piccolo (avevo sette anni) e nero lo ero anch’io, imbacuccato nel grembiule della scuola.
Un sabato, prima del termine delle lezioni, avevo conquistato finalmente la sospirata medaglia con nastrino tricolore appuntata sul petto. La potevo esibire per un’intera settimana, ma non andò così. Un’impellente esigenza idraulica (mi scappava la pipì) il lunedì successivo mi fece alzare la mano per chiedere di uscire dall’aula, ma la vecchia maestra era intenta a parlare sull’uscio con una collega. So di aver fatto di tutto per attirare la sua attenzione, ma poi cominciai ad agitarmi, a piegarmi in due torcendomi, a muovere le ginocchia: la medaglia tintinnava sul banco, i compagni ridevano e, finalmente, anche l’insegnante si accorse di me, permettendomi di uscire. Quale meraviglia al mio rientro: niente scuse per la sua insensibilità, anzi… Fui pubblicamente degradato sul campo con l’accusa di aver causato disturbo, distrazione ai compagni e fatto fare brutta figura a lei e a tutta la scolaresca davanti all’altra maestra!
Il personaggio di Calimero fu inventato diversi anni dopo, ma posso ben dirgli: «Come ti capisco!». Questo ricordo mi induce tenerezza ed ancora una buona dose d’indignazione, ma c’è una cosa, a proposito di distintivi, che mi indigna ancora di più e riguarda l’esibizione di nastri ad anello. Ci sono quelli che hanno un’intenzione benemerita di partecipazione e condivisione, ad esempio, contro la violenza di genere, a favore della ricerca medico scientifica contro le malattie, etc. Non posso tollerare invece una spilla che rappresenta un anello in filo dorato, con la forma di cappio da forca appuntata sulla giacca del ministro promotore della legge che prevede la morte per i palestinesi che attentano alla vita degli israeliani. Come compatriota di Cesare Beccaria ogni italiano dovrebbe risentirsi.
Fino a quest’anno, in Israele la pena di morte è stata comminata soltanto due volte e una di queste al famigerato criminale nazista Adolf Eichmann nel 1962. Gli Israeliani si stanno forse allineando nella pratica agli odiati ayatollah dalle quotidiane esecuzioni di oppositori nelle piazze, usando addirittura come patibolo le autogrù?
