ISLAS ENCANTADAS. LA VITA CONTINUA di Letizia Gariglio

Riconoscere tratti di giovinezza in una tartaruga gigante non è cosa facile: hanno quell’aspetto da vecchio saggio raggrinzito, rugoso e increspato in modo irregolare. È più facile pensare all’aggettivo incartapecorito piuttosto che giovane . Eppure le 158 tartarughe che hanno rilasciato alle  Galapagos sull’isola Floreana sono davvero giovani: hanno fra gli 8 e i 13 anni, pur essendo già molto voluminose e pesantissime. Sono state portate per mare e, giunte sull’isola, sono state caricate sulle povere spalle di un gruppo di uomini che, su un percorso tutto in salita, le hanno trasportate lungo un impervio sentiero fino al luogo ritenuto più adatto alla loro sopravvivenza.

Sono le rappresentanti di una specie estinta dalla fine dell’Ottocento, o per meglio dire, fino ad ora estinta.

L’estinzione era stata dovuta all’intensivo sfruttamento che i marinai, balenieri e navigatori,  avevano fatto di quella specie di tartarughe dell’isola di Floreana: le stivavano sulle loro imbarcazioni  per nutrirsene durante i loro lunghi viaggi per mare.

Ma recentemente  un gruppo di tartarughe dell’isola Isabela si sono rivelate portatrici di una parte del patrimonio genetico delle antiche tartarughe floreanensi. Con un considerevole lavoro i ricercatori sono quindi  riusciti a rafforzare la quota genetica appartenente al genere della antica tartaruga di Floreana, con un programma di incroci: ed ecco che Chelonoidis niger niger ha potuto essere reintrodotta a Floreana.

Alcuni anni fa avevo inserito nel mio volume di racconti “La felicità è momentaneamente occupata” un racconto breve intitolato Islas Encantadas, ambientato nel 2012. Si narra dell’ultimo esemplare di Geochelone Abingdoni, tartaruga maschio morto nel 2012, con la scomparsa del quale si è definitivamente estinta la specie. Nel racconto immaginavo le reali motivazioni che avevano causato la sua morte.

Ecco il racconto, pubblicato da Nuova Ipsa Editore di Palermo dieci anni fa, nel 2016:

Islas Encantadas

Il bipede in maglietta e calzoncini che pretende di mangiare una specie di panino seduto sulla panchina ha dovuto spostarsi all’estremità del suo sedile. Senza dirgli “fatti più in là” un’otaria ha deciso che quello sarebbe stato un posto decentemente confortevole per lei, e ci si è accomodata. 

I suoi cuccioli nel frattempo stanno eseguendo un  numero di nuoto sincronizzato nella vasca naturale fra gli scogli, proprio di fronte alla posizione scelta dalla madre. Genitrice attenta, si è predisposta una comoda  posizione, idonea a un buon esercizio della sua genitorialità: il mare è di fronte a lei.

Del resto, grandi pericoli non ce ne dovrebbero essere: né nelle acque marine, né sulla cosiddetta terra. Nessun predatore in vista, nessun pericolo potrebbe provenire dalla massa liquida né dalle solide rocce più all’interno dell’isola. L’otaria decide di farsi un sonnellino, appena disturbata dallo starnazzare delle voce umani alle sue spalle, che si alzano nello stupore, quando vedono un leone marino affacciarsi al bordo della piscina dell’alberghetto in cui stavano nuotando. Con urletti sopra le righe, altri rumori di vario tipo, sciacquio e spruzzi, si sono levati dalla vasca, lasciando spazio al bestione. Il nuoto è rimandato a più tardi.

Non mi va più di vivere in questo luogo.

Lo vedete quel tipo? Quello, sì, quello biondastro e con la pancia pendula. Si è portato nella stanza d’albergo tre iguane terrestri; l’ho visto provare se gli stavano in valigia, senza la minima preoccupazione per la loro incolumità durante il viaggio. Dev’essere davvero un cretino, se pensa di non essere beccato all’aeroporto. Anche se si può solo contare sulla sua avarizia. Siccome non mollerà laute mance lo fermeranno e se ci va bene lo arresteranno.

Guardate laggiù. Guardate la sagoma di quel cetaceo adagiato sulla secca, che spunta, laggiù, sì, verso l’orizzonte, guardate bene: quello è una petroliera. È lì dal 16 gennaio 2001; è rimasta incagliata nelle sabbie mentre stava arrivando all’isola di San Cristobal, che doveva approvvigionare. Ha perso seicentomila litri di carburante. Eppure queste isole non possono più fare a meno di petrolio: gli abitanti sono passati da duemila a trentamila dal ’68 a oggi. E avete idea di quanti turisti arrivino qui? Ne arrivano da centocinquantamila a centottantamila all’anno. Loro sì che sono pericolosi. Altro che l’invadenza delle capre, degli asini, dei maiali, dei gatti, dei topi e dei ratti che si stanziano all’interno. Tutti insieme non sono nulla, paragonati agli eserciti di turisti con macchina fotografica e borsello.

Eppure questo fu il primo luogo al mondo a essere dichiarato patrimonio nazionale dell’Unesco! Un tempo queste erano le Islas Encantadas, eruttate da vulcani sottomarini, terre che parevano possedute da forze oscure, lambite da correnti marine impetuose: rifugio  solo per i pirati. Testuggini giganti, albatros, leoni marini, iguane, fringuelli, pinguini, gabbiani, aironi volavano nuotavano camminavano su queste isole incantate. Questo era il luna-park della biologia, lo scrigno inviolato della formazione della vita animale e vegetale.

Ma ora sono stanco di vivere. 

No, non sono poi così vecchio d’età: ho solo cento anni. Potrei viverne forse altri cento. Ma il mio cuore è pesante. Sono stanco di vivere in un mondo così. È il 2012 e il mio personale mondo può considerarsi finito: la mia fine del mondo si è già verificata.

Da tanto tempo vivo senza amore.

Vivo senza amore da tutta la vita. Devo ammetterlo: sono scapolo. Non ho mai conosciuto le gioie degli amorosi sensi, lo sguardo innamorato di una compagna, nessun esemplare femminile ha mai nuotato vicino a me accettando la mia corte.

Semplicemente perché lei non esisteva.

Il destino ha voluto che io fossi l’ultimo esemplare maschio di testuggine gigante. Appartengo alla famiglia Geochelone Abingdoni. Mi chiamo George, conosciuto in tutto il mondo come  George Lonesome, qui semplicemente Jorge el Solitario: unica tartaruga gigante dell’isola di La Pinta, nel Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador. Unico nella mia isola e unico nel mondo.

Hanno provato a rifilarmi due tartarugole  di una sottospecie, prima una e poi l’altra, per carità. Ma io non ci sono riuscito. Non mi piacevano. Nessuna delle due era degna di diventare mia moglie.

Che cos’è un tartarugo se non può dare la vita? Mi lascerò morire. Morirò per mancanza d’amore, sappiatelo. E anche perché questo mondo delle Galapagos, così com’è, non mi interessa più. 

Loro, lo so, mi imbalsameranno. So anche che mi faranno l’autopsia, per stabilire la causa della mia morte. 

Folli, pazzi! Come possono non capire che la vita non ha più senso quando la patria non esiste più, la mia gente non esiste più, l’amore non potrà esistere mai più.

Una sola preghiera, ultimo desiderio di un condannato: non ditelo al signor  Darwin.

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