SCHERZO DA PRETE di Pietro Paolo Capriolo
Niente ascendenti nobiliari, nonostante il cognome De’ Salassi. Forse un lontano riferimento al popolo che dominò fino ad Augusto la Valle d’Aosta ed il Canavese in Piemonte. Nel 1965, pur di rado, poteva avvenire che le partorienti ancora morissero e così accadde alla sua mamma. Orfano da subito, ché anche l’altro genitore risultava vittima di incidente sul lavoro durante la sua gestazione. Pure il nonno paterno non c’era più, dato per disperso nella infausta campagna di Russia.
Stefano si chiamava così da quando lo zio canonico don Pino l’aveva battezzato, ispirandosi al quadro della sacrestia nel quale il martire, pur lapidato, spira serenamente invocando il perdono sui persecutori. Dall’orfanatrofio al seminario minorile dove lo aveva collocato lo zio canonico, fu un passo quasi naturale per lui che non aveva esperienza alcuna del mondo.
Anno dopo anno, di esame in esame brillantemente superati, si trovò a varcare la soglia del seminario maggiore e ad indossare la talare nera. Pur non ancora investiti di ordinazioni, i seminaristi a questo punto erano già chiamati chierici ed in qualche caso il loro cognome veniva preceduto dall’epiteto rispettoso di don. Gli accadde un’estate quando fu incaricato dal rettore di aiutare un parroco ad allestire un campo estivo in montagna.
Don De’ Salassi divenne così responsabile di un gruppo di ragazzotti vivaci che, scherzando sul suo cognome abbinato all’epiteto don, facevano il verso delle campane con una che però suonava fessa: «Din, don…dén!». Allora egli impose a sé stesso ed agli altri di essere chiamato solo per nome: don Stefano.
Facciamo un salto temporale di diversi anni per ritrovare don Stefano viceparroco di una grande parrocchia della cintura torinese. Come fosse riuscito ad accaparrarsi la simpatia di tanti ragazzi e ragazze, per i fedeli adulti rimase un mistero. Si chiedevano come potesse farseli amici dal momento che non oltrepassava quasi mai il sagrato della chiesa e l’area dell’oratorio.
Sempre imbacuccato nel sottanone nero (pardon, la talare), un bel giorno esibì sul capo il cerchietto di capelli rasati (la chierica o tonsura) che si vedeva solo più nei film ambientati nei lontani tempi preconciliari, dacché Paolo VI già l’aveva abolita nel 1972. E gli piacevano i canti in latino, le antiche suppellettili dell’altare dette carteglorie incorniciate nel legno dorato; da scantinati e soffitte riesumava statue che da decenni non venivano più esposte alla devozione della gente.
Nelle celebrazioni manteneva un raccoglimento ostentato, le sue genuflessioni avevano l’accompagnamento di sonora ginocchiata sul duro pavimento, la voce cambiava di timbro e ritmo a seconda del momento della messa; di sicuro sarebbe salito sul pulpito per concionare dall’alto sui fedeli, senonché quel marmoreo gabbiotto poggiante su tozza colonna di pietra a guisa di coffa di antico veliero era stato rimosso da un parroco precedente, anziano sì, ma mille volte più moderno di lui.
Una signora s’era lasciata andare a chiedersi pubblicamente se il viceparroco, alla sera prima di coricarsi, si facesse un accurato esame di coscienza per escludere di non essere magari divenuto seguace del ribelle vescovo scomunicato Lefebvre.
Il numero dei giovani che lo seguiva andò consolidandosi e, nei giorni liberi da impegni scolastici li si vedeva alle otto del mattino nei primi banchi della chiesa a recitare con lui l’ufficio delle lodi. Al contrario, non pochi fedeli adulti scuotevano il capo a questo ritorno all’antico ed addirittura ad una sorta di monacazione dei giovani laici.
Voci contrastanti giunsero in Curia ed il vescovo chiese al parroco una relazione in merito. Questa confermava il successo con i giovani che frequentavano numerosi l’oratorio e le funzioni presiedute da don Stefano, ma altresì attestava anche le incomprensioni, le reazioni burbere con chi provava a fargli osservazioni ragionevoli, ma non in linea con le sue idee. Il gregge risultava diviso per simpatie e convinzioni fra “vetero innovatori” nostalgici e fedeli aperti ad una liturgia più moderna.
Il consiglio di sua Eccellenza al parroco fu di attendere che il giovane sacerdote si ambientasse meglio e maturasse rispetto i tempi attuali ed intanto egli provasse a mediare fra le opposte realtà, modificando anche i loro turni nelle celebrazioni per non suscitare congreghe di fedeli inconciliabili fra loro.
D’altro lato, l’efficientismo organizzativo che aveva portato (processioni, esequie, allestimento dell’altare, sostituzione dei fiori, turni per le pulizie, orario d’ufficio…) veniva apprezzato un po’ da tutti ed anche il canto in latino dell’intero Credo e la recita del De profundis ai funerali vennero sopportati relativamente bene, soltanto perché in tanti richiamavano ricordi giovanili.
Per una decina di anni si visse in reciproca tolleranza, poi una mattina fu annunciata la nomina di don Stefano a parroco di una località distante una quarantina di chilometri. Ci fu chi si rammaricò (i suoi seguaci) e chi sospirò di sollievo sperando che così l’archeologia liturgica finisse.
La dotta signora che aveva fatto le insinuazioni lefebvriane tornò a parlare pubblicamente sentenziando, in latino anche lei: «Promoveatur ut amoveatur», preoccupandosi, con la traduzione (in parole spicce: per rimuoverlo, uno lo si promuove), di spiegare l’usanza di aumento di grado al fine di allontanare qualcuno non idoneo o non gradito.
L’intento del vescovo doveva consistere nel reperimento di un parroco per una comunità cui era venuto a mancare il pastore, ma anche in una forma di nuova responsabilità che richiedeva a don Stefano di non scontentare una popolazione meno vasta e con pochi giovani residenti.
Alcuni dei suoi adepti continuarono a frequentarlo alla domenica, destando stupore nei paesani per la loro estranea presenza alle funzioni, ma la distanza, con il tempo, scoraggiò gli altri.
Nel nuovo contesto qualche abitudine la conservò, ma alle rimostranze degli anziani non poteva certo più rispondere che, se non gradivano i suoi metodi, cambiassero parrocchia. Rischiava di vedere la chiesa deserta, perché non essendocene altra in paese, la gente se ne sarebbe stata a casa, magari assistendo devotamente alle funzioni attraverso il televisore, come quella domenica che si ritrovò con soltanto due chierichetti, un gruppetto di uomini e tre bambine. Le donne, tutte quante, s’erano ammutinate per istigazione delle ultraquarantenni.
Don Stefano si interrogò, ma sbagliando ottica, cioè da giudice e non da penitente. A commettere il peccato collettivo di inadempienza al precetto di santificare la festa aveva senz’altro contribuito egli stesso, anche se pretendeva in coscienza di non essere colpevole. Le donne però non la pensavano così: era stato un diretto messaggio e, come ebbe a dire la maestra Carla, «Vox populi, vox Dei!». Il proverbio gli fu riferito.
Che Dio gli parlasse, a differenza del don Camillo di Giovannino Guareschi, non direttamente ma attraverso il popolo, non se lo aspettava, però ci rifletté su e, nel dubbio, la domenica successiva, prima dell’omelia, tentò una dichiarazione di scuse per aver perso la pazienza. La cosa fu subito riportata da una piccola delegazione femminile alle altre ancora assenti.
Ma cosa mai era successo?
Il giorno dell’Assunta, in pieno Ferragosto, aveva interrotto tre volte la celebrazione delle ore undici, la messa solenne. Nell’afa del giorno, le donne agitavano con ritmo sostenuto i loro ventagli. Prima di recarsi all’ambone per leggere il Vangelo, il don s’era fermato allargando le braccia con un’espressione di rimprovero; poi, alla meraviglia della gente, mimò il gesto dello sventolio dei ventagli.
Durante tutta l’omelia, le donne fra il sudore e sospiri vari si trattennero, solo due vecchiette che non avevano capito la mimica sacerdotale continuarono imperterrite a farsi aria là, in fondo alla chiesa.
Al suo voltarsi ed al momento di versare il vino nel calice, un generale furtivo sventolio portò un breve refrigerio. Quando però lo sguardo del celebrante si posò sull’assemblea, l’artificiale alito di vento cessò di colpo.
Don Stefano, che qualcosa aveva visto, inviò un chierichetto ad aprire il portone in fondo alla chiesa perché ci fosse corrente con la sacrestia. L’asfalto del sagrato era bollente, quasi liquefatto e da lì si sprigionava un’aria caldissima che, attirata dalla finestra della sacrestia, invase la chiesa.
Nessuna remora: i ventagli scattarono come all’unisono e, civettuoli, piccoli o grandi come maceti, cominciarono a fare il loro dovere, agitati da sapienti colpi di polso, indirizzando il refrigerio sul volto ed il petto delle signore.
Seconda interruzione prima della consacrazione; questa volta alla metafora gestuale unì un: «Suvvia, il momento è solenne». Qualcuna arrestò la ventilazione, sfruttando l’alito benigno proveniente dalle vicine. Le più continuarono con ritmo meno sostenuto e rumoroso. Che il sacerdote affrettasse il cerimoniale, manco a sperarlo. Il ritmo e la gestualità parvero volutamente diventare esasperanti.
Al momento della Comunione, alcune signore paonazze sedevano scomposte nei banchi impegnate a detergersi il sudore e a sventolarsi. Altre estrassero dalle onnivore borse bottigliette d’acqua minerale offrendo loro sorsi ristoratori. L’assemblea era in movimento, rumoreggiava, niente affatto devotamente in fila per due al centro della navata.
Don Stefano posò la pisside sull’altare ed al gesto seguì la minaccia: «Guardate che così non ve la do». Dal momento che, a suo parere, le condizioni non s’erano normalizzate, diede l’ostia ai due stupefatti chierichetti poi riportò la pisside nel tabernacolo richiudendolo frettolosamente.
Che fosse accaldato pure lui, che fosse la stizza o gli fosse sopraggiunto un po’ di buon senso, la messa terminò presto e la gente si affrettò ad uscire. Non tutte però e non poche rivendicarono a voce alta la giustificazione del loro atteggiamento, ma si sentirono investite da: «Fa caldo tutti gli anni e finora non siete mica morte!»
Non l’avesse mai detto. Lo inseguirono fino in sacrestia e le ultime parole che udì richiamavano con ragionevolezza condizioni ormonali femminili, la menopausa, le caldane… Una aggiunse: «Don, pensi a sua madre, almeno ci capirà». Quello invece rispose secco, brutalmente: «Non m’interessa. E, poi, sono orfano dalla nascita, io!»
Nei giorni che precedettero la domenica dell’ammutinamento collettivo, le donne sfogarono la loro suscettibilità ferita con ogni mezzo ed in ogni dove: per strada, per telefono, in negozio, dalla parrucchiera… Non si trovò nessuna che provasse a scusare il prete. Qualcuna avrebbe voluto informare il vescovo per il diniego della Comunione all’intera assemblea, eccezion fatta per i due stupiti chierichetti. Prevalse la scelta dell’astensione, come si disse per influenza del linguaggio sindacale.
Ai primi di settembre, due furgoncini con la scritta sulla fiancata di una ditta di elettrodomestici sostarono sul sagrato e gli operai applicarono ai quattro lampadari centrali grandi ventilatori stile saloon. Si attivavano con telecomando e prevedevano tre velocità. La terza però venne subito esclusa, perché le oscillazioni facevano tintinnare i prismi di vetro dei lampadari, divenendo fonte di disturbo.
Fu un’astuta mossa riparatrice che a don Stefano costò, non tanto in termini di denaro, ma di orgoglio come pubblica ammenda. Una cosa ancor più forse gli rincresceva: l’aver introdotto nella sua chiesa quella diavoleria moderna sì, però non espressamente condannata dalla riforma del concilio tridentino (terminato nel 1563!) a cui intimamente si ispirava.
Nelle estati successive le ventole agitarono l’aria dall’alto, spirando su tutti un leggero refrigerio e, se don Stefano avesse veduto ancora qualcuna cui questo non bastasse e ricorreva comunque al ventaglio, avrebbe ignorato la cosa.
Trascorsero alcuni anni di relativa pace, almeno a questo proposito ed intanto, in un incontro del Consiglio Pastorale, una delle “cospiratrici” organizzò una Cerimonia del Ventaglio come quelle del Senato. Non fece cenno diretto al contrasto di allora, ma motivò il gesto dell’offerta come una forma di ringraziamento per aver fatto installare i ventilatori. L’infausto evento però non fu trascurato del tutto, infatti il dono era accompagnato da un cartoncino con una frase tratta dal Vangelo: «Chi ha orecchi per intendere, intenda». Don Stefano sorrise alla malignità, pensando fra sé e sé all’ipotesi che un’altra volta Dio gli parlasse attraverso la voce del popolo e forse fece anche un segreto atto di contrizione.
Nell’ordinamento giuridico c’è un fondamentale concetto che, in linguaggio forense, suona: «Ignorantia legis non excusat», cioè che non basta ignorare la legge per poter essere considerati innocenti. Nel nostro caso, non si tratta di violazione di norme; la legge in causa è quella biologica che porta all’invecchiamento e con la quale tutti dobbiamo fare i conti.
Don Stefano credeva di godere buona salute, finché la comune iperplasia prostatica non cominciò ad esercitare anche su di lui subdoli sintomi: bisogno di urinare frequente, levatacce notturne e così via…
Dopo l’inutile assunzione di tisane e blandi medicinali reclamizzati in TV ed acquistati in farmacie di paesi limitrofi, si decise a consultare un medico. Per vergogna, non la dottoressa dell’USL di sua pertinenza, ma uno di quei ragazzi che tanti anni prima recitava con lui le lodi del mattino nella chiesa semideserta e che adesso esercitava la professione nel capoluogo.
Questi si stupì che non avesse portato referti che datassero meno di trent’anni. Gli prescrisse una serie di esami e soprattutto quello del PSA che risultò altissimo. Per etica professionale lo informò dei rischi e lo consigliò a consultare specialisti, a frequentare anche lo studio della sua dottoressa e, per rincuoralo, aggiunse: «Don, la tua non è una malattia di cui vergognarsi, quale il cancro dei fumatori, l’alcoolismo o l’obesità. Non ne hai alcuna colpa. Non abbiamo nemmeno riscontri con i tuoi ascendenti, padre e nonno. Magari sei il primo dei De’ Salassi con potenziale carcinoma prostatico». «Bel primato!» finse di scherzare quello, uscendo dallo studio medico.
Non ci addentriamo nella trafila del suo percorso da ammalato con esami, biopsie, intervento chirurgico, recidiva, radiazioni con isotopi presso il centro specializzato di Candiolo e anticipiamo che l’ultima prognosi confermava la completa guarigione.
Andiamo invece ad uno specifico momento delle sue cure, quando fu sottoposto ad iniezioni mensili di ormoni per contrastare l’avanzamento del carcinoma, annullando gli effetti del testosterone. Questi farmaci appartengono alla categoria degli antagonisti LHRH e provocano, come effetto secondario, gli stessi sintomi provati dalle donne in menopausa: vampate improvvise di calore, sudorazione immotivata, sbalzi di umore con attacchi di melanconia… Questa riusciva a contrastarla con la volontà, ma per le caldane proprio non c’era verso.
Le pale dei ventilatori cominciarono a girare fin dalla primavera; si presentava all’altare spesso soltanto con il camice bianco e la stola colorata al collo, arrivando già così parato dalla canonica, celando anche ai chierichetti di indossare, sotto, solamente la canottiera e pantaloncini corti. La prima ginocchiata con rimbombo sul pavimento gli causò un’ecchimosi sotto la rotula per mancanza dell’effetto paraurti dei pantaloni lunghi.
Incuriosito dalla pubblicità televisiva, si recò in città presso un grande magazzino di elettrodomestici alla ricerca di un ventilatore senza pale, a torretta, con annesso refrigeratore. Lo provò e lo acquistò. In casa era un toccasana e pensò di piazzarlo nei pressi dell’altare, però ben nascosto. Convocò Tonino, l’appassionato di presepi che glielo allestiva grandioso tutti gli anni nella navata di sinistra, spodestando per due mesi la statua di santa Teresa.
Gli consegnò una nuova statuina motorizzata, quella del panettiere che inforna e ritira il pane. Tonino si rallegrò di poter così ampliare la scena, ma espresse anche l’impossibilità di fare subito il collaudo per mancanza a casa del trasformatore a diciotto volt richiesto. E qui si concretizza l’astuzia di don Stefano che gli fa: «Ma tu usa l’attrezzatura della chiesa. Monta l’armadio con tutti i cavi ed i trasformatori come fai sempre per gli effetti di luce e di movimento, là dietro la colonna. Lo provi e, dato che mancano ormai pochi mesi a dicembre, lascia tutto già predisposto per l’Avvento».
Tonino felice del nuovo personaggio, fece come gli fu chiesto, lasciando l’armadio per quando avrebbe allestito il presepio. Questo armadio era strategico e funzionale al piano del parroco; infatti, l’anta era stata modificata a forma di graticcio di legno affinché i vari marchingegni non si surriscaldassero. Pensò: «Come entra, l’aria può ben anche uscire. Lì ci piazzo la torretta e l’oriento verso l’altare». Fece le prove quella sera stessa, spostando qualche attrezzo di Tonino e finalmente passò al collaudo: un vero portento. Disattivò tutte le prese elettriche nell’armadio ad eccezione di quella del super ventilatore. Entrando nel presbiterio dalla sacrestia, gli bastava sfiorare l’interruttore che avrebbe dovuto illuminare ed animare il presepio che non c’era ancora, mentre si azionava il ventilatore silenziosissimo e ben celato sulla sinistra dell’altare.
La sera della prova, le candele non erano accese, ma il giorno dopo sì e si accorse che le fiammelle si piegavano troppo a destra. Rimediò posizionandole su candelabri da pavimento, alla distanza giusta perché le fiammelle non fossero più investite dall’aria. Le pale dei lampadari giravano a velocità costante n. 2 e la gente non avvertiva il nuovo afflusso d’aria fresca. Don Stefano pensò di averla fatta franca.
La moglie di Tonino era, fra le pie donne, quella con l’incarico delle pulizie in chiesa e chiese conto al marito dell’anticipato ingombro dell’armadio del presepe. Quello raccontò della nuova statuina motorizzata, del suo collaudo e dell’armadio che, per espresso desiderio del parroco, doveva restare lì.
«Mah!» fece fra sé e sé lei «sempre così meticoloso e impiccione, pistìno in tutto, che non abbia qualche segreto scopo?» Studiò l’armadio da fuori, poi tornò armata di torcia elettrica per sbirciarvi anche di dentro. La torretta del super ventilatore di colore nero al buio non si notava, ma alla luce della torcia si rivelò distintamente. La donna, che era una di quelle che anni prima s’era sentita dire che le caldane delle donne proprio non gli interessavano e che non tirassero in ballo la madre morta di parto, a quella vista si lasciò sfuggire ad alta voce: «Ah, baro d’un prete! Tu sì ti fai aria e noi no?» Subito si pentì dell’esclamazione, ma si rassicurò perché la chiesa era deserta.
A casa ci rimuginò su parecchio poi decise di intervenire e di impartirgli una lezioncina, mettendolo in situazioni di privazione di frescura. La chiave dell’armadio ce l’avevano solo Tonino (che non gliel’avrebbe certo data e, comunque era meglio non coinvolgere) ed il parroco stesso. La grata dell’anta aveva sì i fori a losanga grandi, ma non abbastanza per farci passare le cesoie da potare le siepi che aveva portato. Però il cavo di alimentazione di tutti i marchingegni là dentro racchiusi arrivava penzoloni giusto ad un foro nel legno. Lì poteva essere tagliato e poi introdotto per una spanna senza che si notasse la manomissione. I guanti di gomma per lavare i piatti sarebbero serviti nel caso il filo fosse attraversato dalla corrente elettrica, ma fu una precauzione superflua. Tranciandolo, la paladina di tutte le donne mortificate perché si erano fatte aria con i ventagli, diede inizio ad una nemesi storica che non immaginava di quella portata.
Quell’ultima domenica di settembre, don Stefano preceduto dai chierichetti fece scattare l’interruttore strategico e si avviò sicuro in presbiterio. Al canto del Kyrie (naturalmente in greco, come una volta), avvertì la mancanza del refrigerio clandestino; gli occhi si alzarono verso i lampadari accesi con le ventole in funzione: l’elettricità non mancava.
Alla prima e seconda lettura ed al canto del salmo, sedeva sulla sedia foderata di raso rosso con i primi bollori sul dorso e sul viso. Al momento del vangelo, si alzò dirigendosi all’ambone e tergendosi il volto con il fazzoletto di stoffa che poi avrebbe mantenuto in mano per tutto il tempo dell’omelia. La ventola più vicina gli faceva giungere un po’ d’aria e riuscì a concludere la predica, poi dovette spostarsi all’altare. Qui l’influenza delle pale rotanti era quasi nulla, ma si fece forza e proseguì fino al Sanctus ed alla consacrazione.
Dopo, dovette fermarsi per detergersi, facendo ai fedeli il gesto di pazientare. Riprese, ma al momento di dirigersi verso il tabernacolo per prendere la pisside con le ostie, cominciò a barcollare. Un chierichetto lo aiutò a sedersi sulla sedia foderata di raso. La gente si agitò allarmata.
Dalla prima fila, la moglie di Tonino gli si fece incontro oltre la balaustra, con in mano l’enorme ventaglio che per tutto il tempo aveva esibito chiuso ed ammiccante sul banco accanto al libro dei canti. Un’altra signora gli porse una bottiglietta d’acqua provvidenzialmente portata con sé in borsa. Ne bevve qualche sorso, sospirò, aspirò l’aria come dovesse addentare una mela, afferrò il ventaglio e, nello stupore di tutte, cominciò a sventolarlo energicamente. Un po’ si riprese e voleva alzarsi per distribuire la Comunione, ma molte mani sulle spalle lo costrinsero a rimanere seduto. Una voce fece: «Non lo può fare Giuseppina?». Giuseppina era l’incaricata di portare la comunione agli ammalati nelle case. Don Stefano accennò di sì e la gente si mise in fila davanti alla signora con la pisside in mano.
Il raccoglimento non era proprio quello che avrebbe voluto don Stefano, ma ormai l’atmosfera aveva perso ogni solennità. Terminò la celebrazione da seduto, fra due signore che lo sventagliavano d’aria. Alla fine, la gente gli si fece incontro premurosa e si progettava di far giungere dal paese vicino l’ambulanza. Qualcuno allontanò da lui la ressa; egli si schernì, ringraziò, farfugliò che non fosse necessario, che era solo il caldo, il troppo caldo e, sbadatamente, gli sfuggì anche che il ventilatore stavolta non aveva funzionato.
Quale ventilatore? Le ventole dei lampadari erano ancora in funzione; ce n’era forse un altro e dove? Confessò, motivando di averlo dovuto piazzare a causa degli ormoni che gli facevano assumere i medici per combattere il cancro. «Ma dov’è nascosto?» fu la domanda di ognuno. Accennò con un gesto all’armadio del presepe e poi: «Tonino, tu sai dove tengo la chiave. Tanto vale farlo vedere a tutti, sì anche a te che non ne sapevi niente». E mentre quello, pubblicamente sgravato da colpa, andava e tornava, qualcuno chiese: «Ma perché nasconderlo? Se è malato, bastava dirlo». «Si vede che sei un uomo. Dopo la scenata di anni fa, le donne me lo avrebbero rinfacciato per chissà quanto tempo» fu la risposta.
Tonino intanto aveva aperto l’anta dell’armadio ed esposto allo sguardo di tutti il ventilatore senza pale, d’ultima generazione. Per scrupolo, lo estrasse staccandolo dalla presa interna ed infilò la spina nella presa delle candele votive della navata laterale davanti alla statua di santa Teresa. Subito si mise in funzione, indirizzando il suo getto sui curiosi.
Perché allora non aveva funzionato? Caparbiamente, Tonino tornò all’armadio, ispezionò l’interno, il groviglio dei fili e poi istintivamente con la mano seguì il cavo di alimentazione principale fino al foro nel legno e qui scoprì la magagna. Estrasse il cavo tranciato e, dopo un attimo di meraviglia, richiamò l’attenzione di tutti: «Ehi, gente. L’hanno tagliato di brutto!» mostrando il filo amputato.
Piantando in asso don Stefano, tutti gli si affollano intorno per vedere, mentre quello si raccomanda: «Non toccatelo sulla punta, ci può essere corrente dentro». «Certo che c’è. Viene dall’interruttore fuori della sacrestia» dichiarò il prete che intanto s’era alzato. Prima di ritirarsi, volle ancora ringraziare tutti e scusarsi sia per la cerimonia funestata dal suo malessere e sia per non aver voluto ammettere d’essere malato e bisognoso di quel getto d’aria fresca. Accennando una benedizione, che prima non aveva impartito, esclamò: «Vox populi, vox Dei, anche questa volta!».
