LA VOCE IMPAZIENTE. VIAGGIO NELLA POESIA (49, 50, 51) di Grazia Valente
49. La tristezza del poeta
Un rimprovero che spesso si muove alla poesia è quello di essere “triste”, vale a dire di indurre a pensare.
Già si è molto detto a proposito del dolore come motore per la nascita della poesia. Questa è una nostra convinzione e non abbiamo la pretesa di imporla a nessuno. La poesia, a nostro parere, dovrebbe essere anche educativa (dal Vangelo: “L’allegria non ha mai insegnato niente a nessuno”). Certo, si può insegnare con diletto, anzi, si dovrebbe avere l’obbligo di non essere noiosi nel farlo. Molti infatti associano l’idea di apprendimento con la pedanteria. Devono avere avuto insegnanti scadenti, e ci rammarichiamo per loro. E’ però indubbio che l’analisi, l’approfondimento, l’indagine attenta dell’animo umano, contribuisce a fare affiorare anche il male. Ma se la poesia non svolgesse questa funzione verrebbe meno alla sua stessa ragione di esistere. Ma di questo si è parlato fin troppo a lungo.
Qualcuno dice che dai miei versi
stilla troppa tristezza.
Oggi ho bevuto
un calice di vino
e le mie guance si sono accese
come lumini danzanti
sotto le statue dei santi.
Qui la metafora religiosa viene usata in chiave ironica, vagamente dissacrante, attribuendo alla religione la caratteristica che le è propria: consolatrice. O almeno, da molti è così considerata.
Invece, il senso di conforto che viene dalla poesia deriva piuttosto dal fatto che essa, raccontando il dolore – non soltanto il nostro, ma la sua universalità – lo rende accettabile. Il dolore condiviso duole meno …
Questo concetto della condivisione tocca anche un altro aspetto della poesia, vale a dire quello legato alla sua comprensibilità.
50. La cultura: lievito o farcitura?
Alle parole dei versi vorrei dare
la semplice forma del pane.
L’ccoglieranno con gioia
soltanto le mani
che han conosciuto il digiuno.
Il pane, uno degli alimenti fondamentali dell’uomo, va considerato come una necessità vitale. Il riferimento alla semplicità del suo formato (al di là delle molteplici forme cui siamo abituati) è una esortazione alla semplicità del verso, inteso come essenzialità e non come banale semplificazione, rifiutando l’erudizione fine a se stessa e ogni elucubrazione intellettualistica. E’ infatti nostra convinzione che la cultura sia essenzialmente un lievito, mentre spesso la si usa come farcitura. Essa dovrebbe infatti “suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile” (De Sanctis). Le nozioni, le conoscenze, il “sapere” con cui entriamo in rapporto dovrebbero agire al nostro interno, provocando reazioni le quali a loro volta producono altre reazioni contribuendo alla nostra crescita. Queste reazioni infatti, come avviene con il lievito, fermentano al nostro interno e arricchiscono dal di dentro la nostra conoscenza. L’erudizione invece, che spesso sconfina nell’eruditismo, con il suo affastellamento di nozioni spesso inutili, viene il più delle volte esibita e contrabbandata come cultura, per puro esibizionismo. Essa rimane al di fuori del soggetto e nessun contributo porta alla sua crescita individuale. Spesso infatti chi la ostenta conserva intatta la mediocrità del suo animo, che non è progredito di un millimetro nella evoluzione personale.
Ma ritorniamo alla metafora del pane, considerato l’elemento primario della nostra nutrizione, qui ovviamente intesa come nutrizione spirituale. Chi è stato privato di tale nutrimento, vale a dire chi ha sofferto, è il soggetto più indicato per apprezzare la poesia.
In questo desiderio di condivisione traspare anche il desiderio di essere capiti, perché solo ciò che è comprensibile può essere condiviso.
Le nostre corde segrete
non hanno vibrato
alla lettura dei versi eruditi
perché l’anima
è analfabeta.
Riprendendo il discorso relativo all’erudizione e all’uso che se ne fa in poesia, si vuole qui sottolineare lo stacco, la distanza che intercorre tra l’intenzione del poeta erudito di colpire il lettore mediante l’ostentazione del proprio sapere e il risultato ottenuto, che è quello di lasciare inerte tale lettore. L’analfabetismo dell’anima attiene alla sfera più profonda del nostro Essere, priva di sovrastrutture di qualsiasi natura, spoglia e innocente. Qui, soltanto il sentimento ha accesso.
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51. Il sentimento nella poesia.
Con le parole i poeti
danno voce al cuore.
Nell’incanto
del ritmico accordo
alla fine
lui solo si impone.
Ma se il luogo privilegiato della poesia è il “cuore”, considerato la sede metafisica del sentimento, esso però da solo non basta a suscitare la poesia. Occorre “accordarlo ritmicamente” (e in poesia il ritmo è essenziale) con altri elementi, primo fra tutti il linguaggio scelto per esprimere e valorizzare al massimo grado il concetto che il poeta ha in mente.. Non tutto e non sempre il sentimento che alberga nel nostro “cuore” diventa verso (purtroppo!). Ma ciò che conta è che, alla fine, la poesia risulti frutto di un sentimento autentico, vale a dire profondamente vissuto.
