LA DOLCE ERESIA di Pietro Paolo Capriolo
Quasi ogni giorno ci giunge notizia di bambini morti. Sono lutti dovuti ad incidenti, attentati, guerre: piccole vittime collaterali risultanti da indifferenza e crudeltà, per scarsità di cibo; bimbi annegati nella immensa fossa comune del Mediterraneo fuggendo da un gramo destino con le loro mamme sui barconi, razziati dai predatori di organi, oggetto di vendetta fra genitori litigiosi… A volte addirittura d’ingombro, come la piccola Andromeda ritrovata cadavere nel parco di villa Pamphilj a Roma.
Per una strana connessione neuronale, mi è venuto in mente il detto di Plauto (III sec. a.C.) nella commedia Bacchides: Quem di diligunt adulescens moritur = Muore giovane chi è caro agli dèi. Mah, io non sono mica tanto d’accordo, anzi…
Mi è capitato di farne esperienza, per fortuna non in famiglia, ma a scuola.
Elio, gracile come un grissino e con gli occhiali che gli nascondevano metà del volto pallido, a sette anni, ha lasciato vuoto per sempre il suo banco in prima fila. La maestra qualche volta ci ha fatti pregare per lui e, quando ha smesso, io ho continuato ugualmente, la sera, prima di addormentarmi. Avevo paura del buio e mio nonno, sulla sedia accanto al lettino, aspettava che il sonno mi cogliesse, ma non dovevo pensare a quel mio compagno tutto solo, là, nel cimitero.
Un’altra occasione mi è successa il primo mese da insegnante, vincitore di concorso senza aver fatto prima una sola ora di supplenza. Un mattino, segno l’assenza di una bambina che il giorno successivo il giornale presenta come “vittima d’improvviso rogo domestico.” Aveva già indossato il grembiulino bianco, quando il fratellino di appena quattro anni ha lanciato in aria una bottiglietta piena d’alcool. È ricaduta proprio sulla stufa accesa. Una bomba: il piccolo sano e salvo, lei morta ustionata!
Privo d’esperienza, anch’io ho fatto recitare una preghiera nella prima settimana dopo il funerale. Una ragazzina ha portato un fiore di plastica da lasciare sul banco vuoto, ma poi tutti avevano soggezione a passargli davanti e, se pioveva e non potevamo scendere giù in cortile, gli alunni non facevano neanche più allegramente la ricreazione. Approfittando della presenza dei decoratori, abbiamo cambiato aula e sistemazione dei banchi e alla preghiera abbiamo sostituito un canto gospel che parla dei santi che marciano verso il cielo.
Dopo questa premessa, mi riuscirà meglio provare a tradurre il pensiero del premio Nobel 1907 Rudyard Kipling. Ci è noto per le storie dedicate ai bambini: chi non ha letto Il libro della giungla,tanto per citare una sua opera?
Tanta tenerezza per loro dipendeva dalla morte per polmonite a sei anni della sua Giuseppina. Gli pareva di vedere ancora quell’angioletto correre sul prato e giocare nelle stanze, tanto che un bel dì si è deciso per andare ad abitare altrove. Ma il destino dei bimbi in paradiso doveva essere una sua ossessione ed ha scritto appositamente perfino una poesia dal titolo The Return of the Children (Il ritorno dei bambini), magari con l’intento d’alleviarsi il cuore, senza però riuscirci del tutto.
Non ne farò la traduzione parola per parola; ne coglierò solo l’ispirazione, cercando di essere fedele al suo dolore.
Inutile era l’ascolto della musica dei flauti e delle arpe,
contemplare le bianche piume delle ali indorarsi al sole,
o passeggiare di tra mezzo ai santi, tenendosi per mano,
per non smarrirsi nella grande felicità altrui.
Passando accanto agli arcangeli
tiravano loro le vesti implorando,
con lacrime e faccine da intenerire un sasso,
di poter tornare a casa da papà e mamma addolorati.
No. Al massimo facevano loro un sorriso da sotto le aureole
che, dondolando di qua e di là, sembravano dire:
«Non sapete la fortuna che avete voialtri
d’esser già qui, senza passare dal purgatorio!»
Ad un certo punto, la Madonna
nota quella processione di grembiulini bianchi
che procede contromano a tutti i santi.
Si avvicina e, inginocchiandosi in mezzo a loro
sul pavimento lastricato di perla, da mamma,
li bacia ad uno ad uno. Finalmente hanno trovato
qualcuno che, per lo meno, li prende in considerazione.
Poi lei si alza e li accompagna alla porta.
Perfino san Pietro non si dà pensiero, sentendosi
sfilare dalla cintura la chiave d’oro.
Il tempo di aprire e lasciar partire i marmocchi
che aveva intorno è stato…
meno d’un gloria cantato dal coro.
Ritornando, ha sollevato gli occhi verso suo Figlio
che aveva visto tutto e non sapeva nemmeno lui
se sorridere o fare la faccia un po’ offesa.
A buon conto gli ha detto:
«Appena nato, nel presepio,
te ne stavi abbracciato a me, per riscaldarti
e poppare il latte e non ti sei staccato nemmeno
un momento per dare soddisfazione alla moltitudine di angeli
scesi giù per vedere il Bambinello, prima dei pastori.
Tutto il tuo paradiso era la tua mamma!»
Il Signore allora: «Tranquilla, hai fatto bene».
E agli angeli che attendevano solo l’ordine di
rincorrere i bimbi che scendevano verso casa:
«Lasciate stare. Proprio io, che ho consentito
ai bambini di avvicinarmi, posso tenerli qui controvoglia,
se non ci vogliono rimanere?»
Non so voi, ma quando penso al dolore di tanti papà e mamme, mi intenerisco. Capperi! Hai un bel dire che i bambini morti stanno meglio di chi è rimasto sulla Terra, ma sono convinto che, se tornassero – eresia contro la scienza, la Chiesa e la ragione- i genitori sarebbero ben lieti di vivere questa eresia così dolce da renderli un pochino folli, come Kipling.
