LA GRANDEZZA DELLA “A” di Letizia Gariglio

Quando ancora le pubblicità erano prevalentemente cartacee la frase “AAA vendesi” oppure “AAA cercasi” era  un espediente per far balzare un annuncio in testa alla lista alfabetica. Oggi la piccola strategia non ha più nessun valore: nel web non serve a niente. 

Penso che i giovani neanche conoscano l’espressione.

Non dico che certe ingenuità del passato possano farli ridere a crepapelle, ma sorridere con sufficienza certamente sì.

Lettera A, suono A. Il suono più aperto che noi pronunciamo, con la massima apertura della bocca, con la mandibola abbassata e le labbra che si atteggiano a formare un ampio cerchio, con la lingua appianata.  

Si ride in A : ah, ah ah; (qualche volta in O, solo sardonicamente in I o in E). 

I verbi in italiano che indicano un intenso volume di  emissione  presentano delle A come,  parlare (a voce alta), vociare, cantare, urlare (magari a squarciagola), sbraitare, sghignazzare;  la voce umana può essere roboante, squillante, tonante, persino sguaiata;   i suoni talvolta assordano.  

Gli animali, in A, abbaiano,  fanno cagnara, miagolano, latrano,  gracchiano, ciarlano, bramiscono, barriscono, schiamazzano e starnazzano. Il chiasso, il fracasso, la sarabanda contengono A. Anche lo sparo, il boato. Il bombardare e il deflagrare. Nessuna di queste azioni fa pensare a qualcosa di piccolo, né a una emissione di voce con scarso volume.

A quanto pare (e tutte le ricerche lo confermano), il suono A (e la lettera A) sono associate a qualcosa di grande, di largo, di aperto, in grado di occupare molto spazio sonoro o di agire in modo importante, ampio, ma anche di avere un effetto grandioso.

Anche ciò che è piano e piatto rimanda alla lettera A: una spianata, una chiatta che muove lungo un corso d’acqua galleggiando sulla sua piana superficie, una lavagna su cui posare segni e parole, il palmo aperto della mano. Contengono A: spalmare qualcosa, una mappa adatta a rappresentare luoghi, una pialla, la campagna aperta.

Insomma, c’è differenza fra tracannare un bicchiere d’acqua o centellinarla, tra fare un’abbuffata o limitarsi a spilluzzicare uno stuzzichino o uno spuntino. 

Ciò che occupa molto spazio è largo, vasto, lato; le cose grandi sono capaci, giganti, smisurate, espanse.

C’è anche una bella differenza tra un maestrale e un ponentino. 

La letteratura ci offre un bel campionario di personaggi gradassi, smargiassi, tracotanti… che esercitano la loro autorità per superbia, bravi solo a millantare. 

Quando la A decide di fare la volgare si insinua nei suffissi peggiorativi e dispregiativi: incontriamo così i medicastri, i cagnacci, la gentaglia.  Si insinua in ciò che è pacchiano, materiale, villano, sguaiato, sgarbato, screanzato…

Talvolta veniamo colti di sorpresa e con stupore emettiamo: Ah!

Ma anche ciò che è grave, lento, pesante si può avvalere di A: si diviene fiacchi, apatici, spossati, e si fanno le cose piano, adagio.

Tornando agli aspetti commerciali con cui abbiamo iniziato: sappiamo che in ambito commerciale, nel brand naming, la A alletta  perché fornisce al prodotto il senso di affidabilità (difficile che si sbaglino, dietro ci stanno tanti soldi).

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