A CHE COSA SERVE LA POESIA 1/4 di Grazia Valente
Parafrasando lo storico dell’arte Ernst H. Gombrich, che inizia la sua Storia dell’arte con questa affermazione: “Non esiste una cosa chiamata arte, esistono solo gli artisti”, si potrebbe estendere il concetto dicendo che “non esiste una cosa chiamata poesia, esistono solo i poeti”. E così il titolo di questo articolo, già di per sé provocatorio, lo diventerebbe ancora di più nella nuova formulazione: a che servono i poeti? E ci vuol poco a sentirsi già sulla soglia del licenziamento in tronco, come nullafacenti o fannulloni o – come accadde a suo tempo al poeta Iosif Brodskij – incriminati per parassitismo.
Forse sarebbe opportuno distinguere tra “a che serve la poesia” come domanda rivolta a chi la scrive e “a che serve la poesia” come domanda rivolta a chi la legge.
A chi la scrive:
ad attenuare la noia esistenziale, l’insoddisfazione, il disagio per il divario tra le nostre aspettative e la realtà in cui siamo costretti (poesia di compensazione);
a canalizzare un surplus di energia, che può anche essere di tipo sessuale, e che non trova sbocco nella realtà quotidiana (poesia-sfogo);
a colmare un vuoto affettivo, reale o presunto (poesia di risarcimento);
a storicizzare alcune emozioni e/o esperienze: il passato viene rivisitato con lo sguardo distaccato del presente, i ricordi assumono valore oggettivo, divengono patrimonio collettivo, e non più soltanto individuale, il cosiddetto vissuto viene ridimensionato e reso accettabile (poesia di adattamento);
a dare dignità, vale a dire importanza, alle suddette emozioni e/o esperienze: dopo essere stata scritta, la passione si ricompone, si riassetta (il poeta Betocchi ha scritto che “la poesia mette ordine là dove c’è disordine”). Nel ricomporsi, la passione smette di provocare dolore, la sofferenza si stempera nella scrittura (poesia che consola);
a mettere in risalto le contraddizioni della società, le storture e le ingiustizie, per le quali sembra non vi sia altra arma che la parola (poesia che illumina).
Ma, a ben considerarle, tutte queste “motivazioni” al fare poesia possono essere definite poesia terapeutica, anzi, autoterapeutica.
*
Se si dovesse introdurre il concetto di utilità nel momento in cui si compone una poesia, vi sarebbe una sorta di contaminazione. Inoltre – e qui cito … Citati –: “bisogna conservare nella mente una specie di distanza ironica, uno specchio lucido e disinteressato, che permetta agli eventi di riflettersi senza venire offuscati”. Disinteressato, dice Citati. Ci pare chiaro.
Se si dovesse poi addirittura pensare, nel momento della creazione poetica, a “piacere a qualcuno, rendersi graditi”, si cadrebbe veramente in una sorta di labirinto. Piacere a chi? A tutti? (qualcuno ha scritto: piacere a tutti è male). A qualcuno? E a chi? Quindi escluderei che la poesia venga scritta “per piacere” a qualcuno al di fuori del suo autore. Naturalmente, non si disdegna l’ammirazione o – meglio – la condivisione, la consonanza tra autore e lettore. Ma qualunque aspettativa di questo tipo da parte di chi scrive non farebbe che deviare il pensiero poetico, e quindi lo sciuperebbe.
Già Guido Gozzano, un secolo fa, si disperava sulla possibilità di scrivere ancora versi in una società quale quella borghese, sentita come del tutto aliena da qualsiasi forma di discorso poetico. Immaginiamo quale potrebbe essere la sua reazione di fronte alla società attuale. Senza considerare poi il fatto che, a volte, la poesia rischia di disturbare il manovratore. Ad esempio, nei regimi totalitari vengono tollerati, se non addirittura osannati, soltanto i poeti organici al regime, i cantori del potere, oggi diremmo i poeti-embedded, e, all’opposto, osteggiati, se non addirittura perseguitati, i poeti che con le loro opere risvegliano le coscienze, o tentano di farlo.
Ma anche in una società letteraria “chiusa”, più simile a una conventicola culturale, i canali di accesso ai non embedded possono essere preclusi. I poeti “fuori dal coro”: come osano? Oggi va di moda la poesia oscura? Adeguarsi! L’anticonformismo: lo spauracchio di sempre.
